Reperti (in)sperati: 13th Floor Elevators – Easter Everywhere

13th-floor-elevators

Tra il 2001 e il 2005 ho curato per il Mucchio Selvaggio una pagina a cadenza quasi settimanale nella quale – prima col titolo di Lacune, poi Loser e infine Pardon My Heart – mi occupavo di un disco “storico” con un’angolazione che esaltava il mio approccio dilettantesco alla questione della cosiddetta “critica”. Erano tempi esaltanti: le mail – i social dovevano ancora arrivare – dei lettori mi arrivavano con regolarità, molte erano critiche, talune complimentose, tutte comunque improntate al bisogno di stabilire una connessione dal sapore ancora – come dire? – epistolare, vogliosa di confronto prima che di conflitto (come se il conflitto rappresentasse ormai una dipendenza, una prassi per definirti – disperatamente – come individuo). 

Pochi giorni fa ho ripescato in un vecchio hard disk una cartella che credevo perduta. Molte di quelle rubriche le avevo salvate, non tutte, ma parecchie sono ancora lì. Da quindici anni. Approfitto di questo blog per fare un po’ di revival e ripresentarle. Non modificherò ciò che scrissi allora, anche quando non mi troverà più d’accordo (capiterà spesso).

In onore di Roky Erikcson, inizio col presentare questo episodio di Lacune dedicato a Easter Everywhere (pubblicato in un numero del Mucchio settimanale, presumibilmente del 2002).

***

13Th Floor Elevator – Easter Everywhere (1967)

 

Prologo (contabile): la follia è una questione che sfugge a ogni contabilità. È un colore di troppo, è il rumore insopportabile, è il pensiero che non sta in testa. È quella parola che forse, domani…

Austin, Texas, 1965: Roky Erickson potrebbe essere considerato un normale studente diciassettenne se non fosse per il vizio del garage-rock, esercitato come vocalist nelle glorie locali The Spades. Nel frattempo Tommy Hall, universitario esuberante e irrequieto, si danna l’anima per mettere insieme una band che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere come minimo straordinaria. Non a caso a farne parte – oltre a Benny Thurman (basso e violino), Stacy Suhterland (chitarra) e John Ike Walton (batteria) – fu contattata una certa Janis Joplin, che però scelse di imbarcarsi sul bastimento Big Brother And The Holding Company. Il graffiante Roky subentrò quindi come una specie di seconda scelta: ben presto non lasciò spazio alcuno ai rimpianti.

Il debutto dei 13th Floor Elevator avvenne con The Psychedelic Sound Of… (1966), e il titolo non vi suoni accademico: casomai qualcuno intendesse costruirsi un solido riferimento auditivo di quello che fu il terremoto garage-psych del secondo stupendo lustro dei sessanta, è su queste frequenze che dovrebbe sintonizzarsi. Oltre che infarcita di pezzi strepitosi (la magmatica Reverberation, la rutilante You’re Gonna Miss Me, l’incubo bislacco di Fire Engine, la tortuosità ipnotica di Kingdom Of Heaven…), la track list dispiega in pieno l’intuizione sonora degli Elevator, ancora oggi affascinante nonostante che – o forse anche grazie al fatto che – alla luce delle incommensurabili definizioni odierne somigli un po’ al frutto di una prospezione geologica (le cosiddette “carote”).

Al di là del songwriting vorticoso e del bislacco invasamento canoro di Erickson, principale elemento di stupore e stordimento è l’ondivago gorgheggiare della percussione “jug” di Hall, involucro di sussulti sciroccato e improbabile come un piccione meccanico di Utopia. Febbrile e attualissimo è invece il gioco di chitarre, bombardamento di molecole country e hard-blues che sprigiona energia incandescente mentre sullo sfondo passano in rassegna insidiosi scenari folk attraversati da un fremito di estinzione. Nessun dubbio quindi sul fatto che The Psichedelic Sounds Of… sia da considerarsi IL disco per eccellenza dei 13th Floor Elevator, tuttavia un po’ dispiace che il successivo Easter Everywhere – accolto all’epoca con altrettanto entusiasmo – venga spesso parcheggiato all’ombra di cotanto (bontà sua) predecessore.

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Concepito all’indomani di un piccolo terremoto in formazione (abbandonarono Thurman e Walton sostituiti dal drummer Danny Thomas e dal bassista Dan Galindo ), mette in mostra evidenti sintomi di sviluppo, a partire dall’ammorbidimento – e ammorbamento – della scrittura nel segno di una più profonda attitudine chiaroscurale, mentre l’impianto sonoro retrocede ad uno stato di “eruzione preliminare” che ad esempio consente alla pur eterea (It’s All Over Now) Baby Blue – ovviamente cover dylaniana – di ritagliarsi lo spazio che merita, ficcata com’è proprio nel cuore del programma: il dialogo delle chitarre dispiega un sipario ruvido ma cosparso di magica polverina, il drumming sfarfalla dimesso, la voce estorce mestizia con il suo filo di lama arrugginita.

È in questo solco che possiamo individuare la peculiarità del disco, la fisionomia farraginosa, sfuggente in modo sistematico, come se rifiutasse di concedersi del tutto alla compiutezza: vedi l’approssimazione di Dust, ballata folk peraltro percorsa da un bellissimo contrappunto di chitarra tex-mex, oppure I Had To Tell You – prossima ai Jefferson Airplane più lirici – gran pezzo malgrado l’impaccio di un missaggio stereo che ostenta il coro di Clementine Hall (autrice anche del testo) e l’armonica come se passassero di lì per caso. Ma stiamo pur sempre parlando della compagine che ha contribuito come poche a scoperchiare il vaso di Pandora del garage, quindi valga accogliere come si conviene la pericolosa effervescenza di Earthquake (il piumaggio fluttuante del jug, il taglio obliquo della voce, il fuzz scabro delle corde e la nevrastenia strutturale su cui i R.E.M. articoleranno l’intero Monster…), il boogie invelenito di Levitation (strepitosi l’effetto pendolo di quelle pennate metalliche e l’infittirsi ritmico in corrispondenza del chorus) e la lunga cavalcata iniziale (8 minuti, un’infinità per quei tempi) di Slip Inside This House, in cui il country rock copula selvaticamente col rhythm and blues smussando l’acredine in un vapore sempre più fitto e vorticoso: è lo spettacolo di un suono mangiucchiato dagli anni che ci sbatte nei timpani lo straniante magnetismo di un’epoca formidabile.

13thPagato il tributo all’impetuosa deflagrazione degli Stones con Postures (errebì sornione riletto con la svagata impertinenza di certi Kinks in mezzo a un irresistibile profumo di country in boccio), è con tracce come Slide Machine (iniettato di caustiche visioni), She Lives (frenesia lisergica che anticipa i coretti scivolosi dei Pretty Things in S.F. Sorrow) e Nobody To Love (i Byrds collassati ad otto miglia d’acidità) che gli Elevator mostrano di voler occupare le prime posizioni della giostra psichedelica pochi attimi dopo lo start: di certo non mancavano loro né la competenza, né il talento, né il giusto grado di follia.

Nondimeno, nel rispetto del classico ruolo di “lepre”, la corsa fu di breve durata: i problemi di tossicodipendenza e l’assedio costante di una polizia decisa ad ammazzare il fenomeno nella culla (oggi qualcuno lo definirebbe “accanimento”) portarono Roky all’arresto e sull’orlo di un devastante collasso nervoso. Tanto che all’epoca delle sedute d’incisione del successivo Bull Of The Woods (1968) era ancora troppo impegnato a smaltire l’elettroshock impartitogli al manicomio criminale. Il resto è tutta un’altra storia, che – sia detto per inciso – visionari come Flaming Lips, Motorpsycho, Oneida e The Polyphonic Spree mostrano di non aver dimenticato per niente.

Erickson – fragile genio disubbidiente e irredento – ha proseguito negli anni un’attività tanto frenetica quanto semiclandestina, sbattuto tra progetti più o meno effimeri (The Aliens) e nuovi guai (ancora un arresto per droga nel ’90), per finire tutt’oggi adorato da una pletora discreta di fans che letteralmente ne finanziano l’indomita creatività. A suo modo un fortunato, no?

 

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