Riflessi viola

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Amo il calcio, ma non amo troppo parlarne, figuriamoci scriverne. Tuttavia, devo proprio a un volume di storie sul calcio – sulla Fiorentina in particolare – la mia prima pubblicazione. Il libro si trova ancora, si intitola Il colore viola (Limina) ed è stato assemblato nel 2002 da Giulio Giusti e Andrea Scanzi come una sorta di risposta al “trauma” del fallimento della società viola e alla conseguente dimostrazione di “fede” da parte del tifo fiorentino. Ho contribuito alla raccolta con un racconto che rielabora cose veramente accadute e pura, sacrosanta fantasia. Come faccio sempre, più o meno.

Credevo di averlo perduto, quel racconto, invece l’ho ritrovato (quasi per caso) nei recessi più segreti di un hard disk. In qualche modo, per molti motivi, mi sembra il caso di riproporlo oggi, qui.

***

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Riflessi viola

(Una storia quasi vera)

Casa di Betty. Domenica mattina. 23 Maggio 1993. Presto, molto presto. I suoi dormono ancora. Aspetto nel corridoio, butto un’occhiata ogni tanto tra la camera e il bagno, vedo Betty passare due tre volte, trafelata. La fulmino con lo sguardo. O almeno ci provo. Lei non se ne accorge, o mi ignora. Del resto, non siamo in ritardo. Di quest’attesa mi pesa solo il fastidio di poterci ripensare, di valutare di nuovo la scelta. Andare al mare oggi, proprio oggi che al Franchi va in scena l’atto decisivo. Una Fiorentina in crisi profonda gioca contro l’Udinese. Altrettanto disastrata, ma pur sempre l’insidiosa Udinese. Viene il prurito di mollare tutto – “scusa Betty è più forte di me” – lo Stinchi di sicuro un biglietto me lo trova anche all’ultimo. Però, però…

Però mi è nata questa convinzione che l’assurdo non possa accadere. La viola, la mia viola, in serie B? Paradosso che abortisce da sé. E fin dalla partita di oggi, sicuro. Sarà un risultato dalla matematica semplice e senza appello, che rimetterà in riga le parole e i pensieri. Una sentenza digitale. Domani diremo “ce la siamo vista brutta”, e ricominceremo a smerigliare qualche specie di futuro. Non è un auspicio: è una certezza incarnita. Per questo ho ceduto alla giornata al mare, partire presto come non siamo mai partiti. Sprofondare nel bagliore. Nel tedio. Nel tedioso bagliore. Stancarsi di strada. Di più: mollare l’ormeggio, senza remore. Chiudere il sipario. Ho deciso: non porto nemmeno la radiolina.

Betty è pronta, finalmente. La sento dire piano “ciao mamma ciao babbo”, e arriva con un sorriso che gli vuoi bene per forza. Dalla camera dei suoi una voce, così assonnata che fatico a capire di chi: “attenti, il sole di Maggio è traditore”.

***

Indietro

(di qualche mese)

Agosto. Al largo di Vada, sulla barca di Guido, pescatore di fiume passato allo scoglio e all’altura con entusiasmo da ragazzino. Mi tocca la solita dissertazione sulla furbizia rapida di saraghi e murene, sulla generosa indolenza dei polpi, sulla pericolosa coglionaggine dei barcaioli della domenica. Nonché, of course, sulle tope unte e depilate in aperta tintarella sui catamarani larghi e lussuosi. Fiche di classe, commesse da centro storico, segretarie molto particolari. Ninfomani algide irraggiungibili, in attesa d’audacia. D’un tratto Guido mi dice “andiamo alle spiagge bianche, ti faccio vedere una cosa”. Mi guarda col suo sorriso aguzzo. Non ha usato punti interrogativi, difatti ha già messo in moto. Tanfo acre di gasolio, fine del silenzio e del cullante rollio. “Possibile”, mi chiedo, “che ci sia una spiaggia di nudisti qui?

Saltiamo onda su onda a stomaco pieno, Guido ride e ammicca al motore nuovo, raglia qualcosa che non capisco in mezzo al vento e allo sciabordio. Quel molo laggiù, di un grigio minerale, sembra irraggiungibile. Ma il motore nuovo spinge, taglia a fette le dune d’acqua densa. Arriviamo al molo, lo oltrepassiamo. Lo sporco aggrappato ai piloni si colloca tra squallore e voltastomaco. Altro non sono che le quotidiane miserie del mare, the dark side of the summer. Devo aver pensato ad alta voce, perché lo sguardo di Guido si fa perplesso. “Cosa?“. “Niente, niente…

Quindi arriviamo: laggiù, lontana ma non saprei dire quanto, la spiaggia. Bianchissima. Tanta la gente, raggrumata a colori sparsi. Guido spegne il motore e il silenzio mi sorprende. Il silenzio, e la consistenza del mare. Ci metto un po’ ad accorgermi che l’acqua è diversa, dal solito blu notturno pieno di barbagli e schiuma a questo celeste instabile e opaco. Sembra di intravedere il fondale, ma non è. “Guarda”, fa Guido. Guardo. E vedo: succede qualcosa sul pelo dell’acqua, tra le particelle in sospensione. Il sole s’impunta e reagisce. Chimico. Radiante. Instabile. Riflessi viola come nebbioline o vapori a chiazze, a pennellate rapide, evanescenti. M’impressiono e non dico nulla. Guido si avvicina al bordo, mi sorride, si butta (ho un brivido). Riemerge. “Prendi la maschera”, dice con quella voce intrisa, “vieni a vedere, sembra un tappeto di borotalco quaggiù”. Prendo la maschera. Mi butto. Più nulla.

***

Sicuro che non te lo sei sognato?

Macché sognato, dai…

Allora perché non avevi mai detto niente? E Guido poi, chiacchierone com’è, figurati…

Pensavo di avertelo raccontato. Sarà che stavi poco bene quel giorno. Forse avevi le tue cose, che ne so, e avrò voluto lasciarti in pace.

Vabbè, però che strano, l’acqua viola…

Era un riflesso. Un gioco di luce. Forse gli scarichi chimici…

E poi, guarda caso, proprio viola…

E allora? Cosa ridi?

Eh… Più ti girano i coglioni e più vedi viola…

Sì vabbè, vabbè.

No, sul serio. Sarà pericoloso?

Cosa?

Le spiagge bianche, gli scarichi della Solvay.

Hai intenzione di fare il bagno.

No, che c’entra. Ma la spiaggia… Cos’è, tutto bicarbonato?

Meglio, così digerisci i panini con la frittata.

Si accende due sigarette. Me ne passa una. Mi ovatto i polmoni.

***

Indietro

(quasi come prima)

Agosto. Stadio Artemio Franchi, amichevole Fiorentina-Borussia. Curva Fiesole, pubblico da grandi occasioni. Quando Firenze ci si mette è siepe d’entusiasmo, insana velleità che gonfia il cuore. Sono curioso, però tengo l’entusiasmo al guinzaglio. I tre gioielli viola sono l’argentino tosto arrivato lo scorso anno, un tedesco dal nome di formaggio e un danese gracilino dall’andatura problematica. Dei tre, il più famoso è quest’ultimo, ma a causa del fratello, un ex-juventino con un pizzico di estro in meno e tonnellate di determinazione in più. Bene, ma non benissimo. Lo tengo corto, il guinzaglio. Il Borussia segna, la Viola balbetta. Eccoci. Siamo alle solite. Poi, una scossa, e qualcosa si muove.

Effenberg è un treno biondo, acciaio volubile ma pur sempre ariano, affetta con dinamismo la mediana e spara prodigiosi lanci lunghi. Laudrup caracolla tra gli avversari come una goccia di pioggia, non lo sai dove finirà, ma va, ondeggia, s’infila tra gambe e corpi. Il risultato si capovolge al bello. Non conta, ma c’è esultanza nella notte tiepida. Controllo le stelle per vedere se sanno il futuro: mi rivolgono un tremolio che significa poco o tutto. Due ragazzi accanto a me s’illuminano d’immenso, morbidamente alterati, aromi esotici nell’aria. Hanno questa specie di alone mistico e parole d’abbondanza. “Sono cambiati i tempi”, li sento dire, “è iniziato un ciclo positivo. Saranno pure amichevoli inutili, bischerate d’agosto, ma le vittorie fanno sempre bene. Quest’anno si porta a casa qualcosa, cazzo”. Sto zitto, non m’intrometto. Sorrido dentro e fuori. Inizio a dare un po’ di corda: è forte, più forte di me.

***

riflessi

Abbacinante, la sabbia. Quasi più del sole. Il vento sibila come se lo avessimo sorpreso, accarezza con un brivido la pelle. È un caldo in boccio ma già deciso. Un caldo sottile, fondente. La Betty è inerte, in piena esitazione. Non lo sa se si leva la maglietta. Io sì. Stendo il telo. Sfilo i jeans. Recupero il giornale. Mi guardo intorno: poca gente a gruppi sparsi. Qualcuno arriva, altri arriveranno, con l’aria esule un po’ da scampati.

I panini li hai presi? E l’acqua?

Nella borsa termica.

Che bravo ragazzo. E la crema? Sarà il caso di darsela?

Io no. Se vuoi te la spalmo.

Cazzo, però fa quasi freddo.

Macché, sono le dieci, sentirai fra mezz’ora.

Qualcosa gracchia: è una radio. Più pubblicità che canzonacce, meno male. Il padrone del transistor lotta con una Gazzetta imbizzarrita dalla brezza, ha un che di poetico quello scartocciare rosa nel sole. Mi compiaccio. Tuttoilcalcio garantito, e senza bisogno di chiedere. La Betty si spoglia. Ispeziono d’istinto la generosità del costume, caccio lo sguardo intorno, poi ancora nella curva dei fianchi.

Che c’è?

Nulla, sei bianca.

Ha parlato Mister T.

Stasera sarò un bronzo, mi metterò la camicia bianca, mangeremo la pizza profumati d’aftersun.

Le piace l’idea. Mi dà un bacio. Caldo guizzante, sapore d’intimità. Accende due sigarette. Ne aspira forte una, prima di passarmela.

***

Indietro

(come prima, ma un po’ meno)

Settembre. Questa roba appiccicata alle pareti mi ricorda concrezioni di conchiglie e calcare. Nidi di uccelli. Morbosa imitatio vudù. Invece no, tutta roba canonica. Di fronte agli ex-voto nell’abbazia di Montenero mi sento affascinato. E disgustato. E impaziente. Percorso da un vago senso d’inutile. Se non altro è una bella giornata. Bellissima. Se non altro la Fiorentina gioca in casa con l’Ancona. Nessun problema. Formalità di calendario. Forze in campo disparissime. Richiamo l’attenzione di Betty e alzo l’indice mentre con le labbra scandisco in silenzio “esco un attimo”. Non c’è bisogno che le dica dove: lei sa. L’amo per questo, perché lei sa. Piega appena la bocca in un mezzo sorriso e torna ad ascoltare la guida che spiega storie e storia dell’abbazia (me ne sono interessato per trenta secondi più o meno netti).

Fuori mi accoglie un caldo asciutto, ossigeno affilato, vago afrore salmastro dal mare laggiù. Prima la sigaretta. Poi presto in macchina. Presto la radio. È iniziata da poco: siamo sotto di un goal. Non penso. Inghiottisco fumo e niente. Il guinzaglio stringe alla gola, per un attimo. Scricchiolo dentro. Che faccio? Aspetto. E arriva il pareggio. Bene, anzi benissimo: ecco il vantaggio. Spengo. Torno dagli altri, da Betty. Un’ora più tardi ce ne andiamo. Le partite si sono appena concluse. Sette a uno. In goal anche Luppi (trasalisco). Mi s’imprime nella memoria il commento di un radiocronista tifoso, molto tifoso: “quest’anno ci sarà da divertirsi”. Il guinzaglio c’è, lo sento, ma non si fa vivo.

***

Mi attraversa un brivido. Gli occhi mi fanno male, un dolore strano.

Facciamo il bagno?

Macché. Andiamo all’ombra, dài.

Ombra? Alle spiagge bianche?

Ma un ombrellone si poteva portare, eh…

Possibile che ci siamo ustionati?

Parla per te.

Non è ancora l’una.

Io sto bene, non mi sento bruciare.

Io ho un peso tra gli occhi. I brividi.

Se te ne vuoi andare andiamo, mangiamo in pineta.

Sì, meglio.

Raccogliamo tutto. Indosso la maglietta, sembra di cartavetrata. I pantaloni li infilo nello zaino. La sabbia pizzica le caviglie sudate fredde. Ci vogliono quasi venti minuti per tornare all’auto. Venti minuti lunghi. Passi spossati. In un vago delirio. Infine, l’auto: cannoneggiata dal sole. L’apro: è un’aggressione, sessanta gradi m’investono come un tir. “Minchiaminchiaminchia”. Spalanco lo spalancabile e intanto che aspettiamo tiriamo fuori i panini dalla borsa frigo. Sono morbidi, freschi, si fanno largo nella gola, dio li benedica.

Torniamo a casa, mi sa che ho la febbre.

Va bene.

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Avanti

(molto)

Pronto?

Oh, dove sei?

Stinchi, sto guidando.

Ah, ma non vieni?

Non ce la faccio.

C’è lo stadio pieno, cazzo.

Ho avuto uno scazzo, poi ti dico…

Eh, vabbè. Qui è una cosa incredibile. Stiamo piangendo tutti. Tutti. Tranne Filippo che sta a bocca aperta a guardare me che frigno come un cretino. Piango davanti al mi’ figliolo e non mi vergogno per nulla, anzi guarda è giusto così, è la stracazzo di vita, no? Rui, lo vedessi, ha fatto il giro dello stadio, ha lanciato fiori. Perdiamo un uomo, un signore, un amico. Chissà come andrà a finire, la vedo male eh, molto male…

Sono quasi arrivato in centro, Stinchi. Riattacco che ci sono vigili dappertutto, mi ci manca un multone.

Oh, ci si vede domani, ti racconto ogni cosa.

Va bene, ciao. Saluta il bimbo. Saluta Rui.

(Rui che va per la sua rotta di cose egregie. Lo sento. E Betty… Betty che non ci ho pensato per un minuto. La dolce, la morbida, la comprensiva, la pantofolaia, la pazza all’improvviso. Betty che fai, chi sei, cosa dici. Undici anni insieme, anzi qualcosa di più. Mai più)

***

Vomito poco dopo Saline. Betty neppure scende a vedere cosa faccio, come sto. Troppo impegnata a stare peggio di me. Prova ad accendersi una sigaretta. La spegne subito scappellando il tizzone. Rimette il moncherino di cicca nel pacchetto, metodica. “Ho bisogno di sdraiarmi”, mi fa. Gli occhi cerchiati, sudore a perline sottili. Riesco a sorridere. “Le vedi quelle curve lassù? Dopo c’è Volterra. Bellissimi giardini, prato fresco e ombroso. Lì ci fermiamo e dormiamo un po’, eh?

Le curve di Volterra. Dio, le curve. Infine, un parcheggio, sia benedetto. Vomiterei il cervello per non sentirlo così storto. Così disancorato.

Siamo sul prato in pochi minuti, sembra di stropicciare un sogno. Betty si sdraia sul proprio giubbotto. Io voglio l’erba sotto ai capelli, sul collo. Sentirla pizzicare gli avambracci. Ecco. Il cerchio degli occhi si stringe.

Fa quasi freddo.

Passa una brezza sempre più rapida. E voci. Bambini e giovani genitori. Vecchi. Profumi. Un gracidio sospetto. Di transistor. Tuttoilcalcio. Mi si allunga un orecchio, appena. E lo sento.

Perdiamo.

Perdiamo.

Cazzo.

***

Indietro. Indietro. Indietro.

(anni, anni, anni)

È una lama proibita, lo so. Elastica. Sonora. Più taglia profondo, più si impasta col cartone. Ma riparte sempre, ricomincia a tagliare. La voce mi sorprende. “Cosa stai facendo?

Ho un sobbalzo. La lama sfiora la pelle, quanto basta. In un attimo ho la mano insanguinata. L’alzo, la tengo distante davanti a me. La isolo.

Mamma…

Cosa ti sei fatto?

Corre, mi stringe il polso d’istinto, lo guarda, non sa che fare. Ha il panico facile, lo so. Mi muovo come può muoversi un undicenne calmo. Apro il rubinetto. L’acqua scompone fredda il fiotto rosso vivo, duole scalzando la pelle lacerata. Non è granché, come taglio. Un cerotto forse basta. Forse. Lei è dietro di me. Respira sconcerto e senso di colpa.

La lama da barba, ma che ci fai?

Taglio il diario.

Il diario nuovo che ti ha regalato zio?

È della Juve, mi fa schifo.

Ma non eri per la Juventus?

E te che ne sai?

Vabbè che ne so, ma il diario nuovo…

Non lo sciupo, gli levo quello scudetto, quella zebra di merda. Io non cresco gobbo, mamma. Lo dice anche lo Stinchi, quello in classe mia. Io sono come lui, non come tutti. Nel gregge non ci voglio stare.

Per qualche attimo gli spariscono le parole. Anche i pensieri, dal suo volto, spariscono. Mi guarda la mano e poi gli occhi. La mano. E poi gli occhi.

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Alla fine pareggiamo. Due a due. Un risultato di merda. In pratica, una condanna. È tutto talmente chiaro. Lo sento nel cuore, sulle braccia, nello stomaco. Betty è in orbita chissà dove. La bocca quasi sull’erba, tanto che una margherita a due centimetri dal suo naso si muove sincrona al respiro. Mi sento investire da un’onda di tenerezza, ma si asciuga subito. Non può bastarmi, non mi basta. Quel cielo insolente sopra la quercia nera. Le rondini che saettano, lampi bianconeri (maledette). Odori che sfarfallano, rumori innocenti. Lentezze attempate. Energie giocose. Promesse. Tutta un’estate davanti.

No, non mi basta. Non. Mi. Basta.

Non oggi. Oggi ho capito. I sogni si bevono quello che vogliono, divorano il boccone in un boccone, e non sono più nulla. Meglio, che non siano più nulla.

***

Avanti

(veloce, oggi)

Al largo di Vada. Guido ha capelli più bianchi, rigidi. Il salmastro ormai è fisiologico. Sta eretto su una sicurezza che non gli facevo: la indossa bene, padrone della rotta dietro al volante sottile. La barca è diventata un non-so-quanti metri. Taglia l’acqua con pesantezza rassicurante. Sembra più lenta, ma si fionda sotto il molo (quel molo grigio minerale) come una lama. Sotto, ancora più sporco di quello sporco che non mi sono mai dimenticato. Anzi, forse uguale, ma ingigantito dalla – posso dirlo? – consapevolezza. Guido parla, ma lo sento appena. “È da tanto che non ci vado”, mi fa. “Ora giriamo più al largo. Partiamo in piena notte. Caccia grossa”. Fingo un interesse vigile. Funzionale. Spietato. Gli allungo il guinzaglio (posso farlo: c’è guinzaglio e guinzaglio).

Non è che ti faccio perdere tempo, eh Guido?

Mannò, figurati, arriviamo in un lampo.

Ti ringrazio. A proposito, quanti cavalli ha ‘sto motore? Caspita, così tanti?

La striscia bianca, abbacinante anche da questa distanza: me l’aspettavo, eppure mi sorprende. La gente laggiù, direi che è la stessa. Pugni di gente, grappoli, macchioline vive. Spento il motore, in assenza di vento, arrivano le voci: qualche radio ciarlona, attività oziosa e scoppiettante, le solite cose.

Era qui?

Mi sembra.

Nessun riflesso.

Te l’ho detto, dipende dal sole, dalla corrente. Oggi è limpido, quasi fermo, un olio.

Nessun riflesso.

No, infatti.

Acqua trasparente. Si vede il fondo. Si vede benissimo il fondo. Guido comincia a non capire, a non capirmi sul serio. Anticipo ogni domanda, prendo la maschera, mi butto. L’acqua fresca di giugno mi taglia il collo, le spalle, i fianchi. Mi schiaccia il petto. Ma dura poco. Sbatto le gambe senza motivo, per scaldarmi. Che assurdità. Liquido denso, particelle sospese. Il fondo, eccolo, due bracciate e ci arrivo. È bianco sporco, un deposito secolare. Come marmo triturato, detersivo esausto, cenere di raggio di luna.

Lo tocco: sembra niente. È niente.

Comincio a scavare.

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