L’attimo di infinito spaesamento: Amnesiac

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Amnesiac uscì il 5 giugno del 2001. È il quinto album firmato Radiohead e disco cruciale per le sorti del pop-rock contemporaneo (come lo fu il predecessore, e quello prima ancora, eccetera). Di seguito un estratto (da pag. 157 a pag. 159) tratto dal capitolo di The Gloaming dedicato al biennio 2000-2001, nel quale ovviamente affronto – con ammirevole sprezzo del pericolo – la stranissima coppia Kid A/Amnesiac.

***

Pensando al fatto che Amnesiac sia uscito solo otto mesi dopo Kid A, mi è capitato talvolta di rammaricarmi. Se fossero stati nove, magari esatti, l’intervallo tra i due lavori avrebbe coinciso con quello intercorso tra Low e Heroes, i primi due album della cosiddetta trilogia berlinese di David Bowie. Non sarebbe stato il solo aspetto in comune tra le due coppie di dischi: come già Heroes fu per Bowie, Amnesiac è stato il primo lavoro dei Radiohead a non prevedere uno scarto stilistico rispetto al predecessore.

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Diversamente da Heroes, però, Amnesiac rappresenta chiaramente l’ipotetico secondo volume di un album doppio che la band di Oxford non volle o non fu messa nelle condizioni di produrre. Le sessioni erano infatti le stesse che fruttarono Kid A, anche se alla luce del risultato sbaglieremmo a credere (lo si è creduto a lungo) che si trattasse di una raccolta di scarti o – detta in maniera più soft – seconde scelte.

Non è così, anche se è così. Da un lato tendo a credere alle parole di Colin Greenwood, rilasciate alla rivista belga Humo nel giugno 2000:

Volevamo evitare le classiche trappole del rock and roll. Più una band diventa di successo e ricca, maggiore è il pericolo di un doppio album. Se una band arriva a registrare il suo quarto o quinto album, improvvisamente sa di avere abbastanza tempo e spazio, e di solito i membri della band pensano di avere fatto un enorme progresso come musicisti. Così decidono di disturbare il pubblico con un doppio album. Nessuno ha bisogno di questo. Anche il miglior doppio album – il White Album dei Beatles o Sandinista dei Clash – sarebbe stato ancora meglio se avesse lasciato fuori metà delle canzoni. Non è un punto di vista popolare, lo so, ma sono sicuro che se il White Album fosse stato un singolo, nessuno direbbe che Sgt. Pepper’s è il miglior disco dei Beatles.

Parole che non lasciano molti margini all’interpretazione. D’altro canto, sono convinto che il “secondo movimento” concretizzatosi in Amnesiac sia stato provocato dall’esigenza di focalizzare con maggiore nitidezza e profondità di dettaglio quel passaggio così delicato, così critico.

Il processo produttivo dei Radiohead vive da sempre di ripensamenti e giustapposizioni, è una ricerca ossessiva e logorante della forma definitiva, destinata a una sistematica insoddisfazione. Basti pensare a una canzone come True Love Waits, eseguita dal vivo già nel 1995, pubblicata una prima volta in I Might Be Wrong (2001) in versione acustica dal vivo e infine – e infine – inserita nella tracklist di A Moon Shaped Pool (2016): oltre vent’anni per trovare una dimensione soddisfacente, o almeno abbastanza soddisfacente da farle meritare la collocazione in un album di inediti in studio.

Il lavoro dei Radiohead somiglia quindi a un lavorio, una approssimazione progressiva al cuore di un pezzo, uno sforzo asintotico, destinato quindi e comunque ad accontentarsi di una perfezione mancata. Anche alla luce di questo, Amnesiac sembra uno strascico inevitabile dei lavori che cristallizzarono in Kid A, la forma dell’esitazione tra concetti diversi di forma definitiva, il passo oltre il punto di consistenza per verificare cosa riservasse il terreno lì attorno. Ma è qui, in questo aggirarsi tra dubbio e intuizione, in questa ricerca perennemente in soddisfatta, in questo sforzo assieme lucido e rapsodico, che la proposta sonora dei Radiohead trova la sua più suggestiva e anomala compiutezza.

In Amnesiac solo due delle undici tracce in programma sono frutto di una rielaborazione – una fase ulteriore di lavorazione – di pezzi presenti in Kid A, il resto è inedito, complessivamente meno coeso ma più avanzato in termini di messa a punto di sonorità e ritmiche evolute, nelle quali pure convivono – in una sorta di hauntology pervadente – sembianze di passato strutturali e organiche, eppure/oppure traslucide come spettri. Come da prassi, la traccia d’apertura detta puntualmente il tempo e il mood, immergendo subito il tutto in un’atmosfera oramai definibile, tautologicamente, radioheaddiana.

Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box si avvia come un’ipotesi ritmica striminzita e tesa, sorta di ebbrezza latina dapprima negata da algoritmi in sottrazione, quindi via via compiuta in un riempirsi venoso dei canali sonori: le percussioni sono indistinguibili dai beat digitali, il calore della voce fa parte dello stesso soffio delle tastiere, il basso è una spinta afasica e i cartigli di chitarra si sviluppano come found sound psichedelici, simili in questo ai frammenti di parlato, a quel talking a tratti incomprensibile.

Siamo nel regno della frustrazione assieme esistenziale ed epocale – «After years of waiting nothing came/And you realize your looking/Looking in the wrong place» –, nella presa di coscienza che pennella su tutto una pellicola di impotenza e insensatezza, senza la possibilità di poter mettere a fuoco nient’altro che questo. Siamo nella zona grigia tra umano e disumano, tra carne e macchina, tra reale e digitale, anzi siamo nell’attimo di infinito spaesamento che segue la consapevolezza di essere finiti dentro a questo gioco: ed è a questo punto che Pyramid Song si stende sull’ascoltatore come un sipario.

5 commenti

  1. Leggendo ciò che hai scritto, per la prima volta mi immagino un ipotetico album doppio da scoprire e ascoltare tutto insieme nello stesso giorno, in quell’anno lì. Non ci avevo mai davvero pensato, chissà perché, anche se sapevo che li avevano registrati insieme. Un po’ mi spiace leggere le parole di Jonny Greenwood, così razionali e discografiche. Per me il fascino di certi doppi album sta anche nei “passaggi a vuoto”, nei pezzi di troppo. Poi c’è la condanna eterna di Amnesiac ad essere l’album che si confronta con Kid A, ma non vale necessariamente il contrario. Comunque, all’epoca, un doppio “Kid Amnesiac” mi avrebbe fatto volare, l’ultima delle “trappole del rock’n’roll” 🙂

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  2. Amnesiac…everything in its wrong place, come tutto ciò che riguarda Thom & C, sempre, per questo “per lunghi istanti avvertii la vibrazione fredda della paura” e “indovinavo la presenza di mille inafferrabili agguati”

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