Nervi (ancora) scoperti: L’ultima corvé di Darryl Ponicsan

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C’è stato un momento – durato in realtà almeno un decennio, diciamo tra la fine dei 60s e i primi 80s – in cui la presenza di Jack Nicholson nel cast bastava da sola a collocare un film in una specie di luminosa penombra, una zona intrigante in bilico tra istanze popular e “d’autore”. Mi riferisco a pellicole giustamente passate alla Storia come Easy Rider, Cinque pezzi facili, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Professione: reporter e Shining, solo per citarne qualcuna. Tutte inimmaginabili senza il volto di Nicholson, quel suo ghigno che squarcia la consuetudine e introduce un tentativo di mediazione impossibile – una compresenza – tra follia e normalità, il senso di malattia inevitabile annidata nell’ordine, un rumore di fondo che affiora come salnitro sulla parete del buonsenso.

Ai titoli citati va obbligatoriamente aggiunto L’ultima corvé, girato nel 1973 da Hal Ashby: per Nicholson si trattò di un ruolo cruciale, un personaggio – quello di Billy Badass – a cui teneva particolarmente e che difatti gli fruttò candidature all’Oscar e al Golden Globe, nonché la consacrazione del Prix d’interprétation masculine a Cannes 1974

È passato un secolo dall’ultima volta che l’ho visto, ma lo ricordo come un ottimo film, la cui sceneggiatura fu tratta dal romanzo d’esordio – pubblicato nel 1970 – di Darryl Ponicsan, ex-marine che in questa storia balorda e lancinante mise più di qualcosa della propria vicenda personale. Il protagonista, Billy “Badass” Buddusky, è intelligente e colto, uno scrittore o quasi, ma soprattutto outsider nell’anima, tanto da avere scelto la ferma in Marina per negarsi un ruolo sociale (realizzando così una significativa contraddizione).

Titolo di culto negli States e incredibilmente mai tradotto finora in italiano (ci pensa oggi la sempre più interessante Jimenez), racconta le peripezie di due marinai di lungo corso (il bianco Badass e il nero Mule) incaricati di scortare il giovane Larry Meadows fino alla prigione della Marina di Portsmouth, dove deve scontare otto anni di detenzione per furto.

Prende il via così una peculiare “road story” – Norfolk, Washington, New York, Boston… – quasi tutta consumata in interni (camere d’albergo, cinema, bar…) vuoi per scampare al freddo del mondo (climatico e metaforico) e vuoi per obbedire a una sorta di vocazione teatrale del testo, egemonizzato da dialoghi secchi e pungenti che Ponicsan governa con padronanza da commediografo – ehm… – navigato.

Tra i tre marinai si innescano dinamiche sempre più intime e stridenti, una complicità innaffiata da litri di birra e shot di superalcolici, fino al punto che i rispettivi ruoli (i ruoli, già: le “guardie” Badass e Mule da una parte, il “condannato” Meadows dall’altra) non iniziano a dissolversi, abdicando a favore di una vicinanza umana che mette in crisi il sistema gerarchico e i valori della Marina, metonimia dell’idea stessa di ordine sociale organizzato attorno a una bandiera che sventola a vuoto.

Alcuni passaggi sono magistrali, come i due giorni passati a casa della ex-moglie di Badass (mentre tra i due si consuma la tensione di un sentimento fantasma), o come l’ambiguo tentativo di fuga di Meadows (che sembra quasi spegnersi in se stesso prima ancora di venire ripreso), per non dire dell’esilarante ed ebbra discussione in una squallida camera di motel su chi dovrebbe dormire nella branda e chi nel letto matrimoniale.

Il livello minimo di rispetto per le convenzioni, ridotto a un laconico “vivi e lascia vivere”, subisce lo scossone definitivo dal consolidarsi dell’empatia con Meadows (cleptomane ma in fondo – e perciò – quasi innocente): a quel punto tutto crolla, neppure “salvarsi il culo” conta più niente. Badass e Mule imboccano quindi una spirale autodistruttiva che assume le fattezze di un delirio alcolico senza fondo, fino ad arenarsi in un finale crudo e amaro, una specie di implosione. Un esito tragico ma in qualche modo svuotato che aleggia fin dalle prime pagine, nonostante il registro asprigno da commedia.


Con la sua agilità spietata ma tutto sommato divertente, L’ultima corvé è un romanzo che si innesta a cavallo tra due epoche (nella cuspide del 1970) intenzionato a mettere a nudo la crisi che fermenta sotto l’american way of life, ricollegandosi quindi alla scopertura di nervi dei 60s sulla scia di grandi titoli quali Revolutionary Road di Yates, Lamento di Portnoy di Roth e Ultima fermata a Brooklyn di Selby.

Un’ultima cosa: mettere in copertina del libro il volto (il ghigno) di Jack Nicholson ha tutta l’aria di una mossa dettata da motivi puramente promozionali. Fatte le debite considerazioni, mi sembrano buoni motivi. Tuttavia, va detto che pochi personaggi cinematografici o letterari sono stati in grado di riassumere (stavo per scrivere: incarnare) l’essenza del Nicholson attore – quella che trasmigra, diversa e simile, da ruolo a ruolo – come il controverso, ambiguo, intenso, insidioso, struggente, sfuggente, indimenticabile Billy Badass. E anche questo, sapete, mi sembra un buon motivo.

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