Come si cambia (in profondità): Il digitale quotidiano

In genere vado in libreria con la mia lista di titoli appuntata su Keep. Prendo quello che c’è, ordino quello che non c’è. Questo libro invece l’ho trovato alla vecchia maniera: girando tra gli scaffali, spinto da un bisogno non meglio definito, da una nebulosa curiosità da appagare. Mi sono concentrato sul reparto saggistica. Temi contemporanei. Prevedibilmente, una mezz’ora è volata così, valutando titoli, copertine, autori, qualche pagina. La scelta è caduta su Il digitale quotidiano di Salvatore Patriarca. Sottotitolo: Così si trasforma l’essere umano. Editore: Castelvecchi.

È un volumetto stringato, solo 109 pagine. Sfogliandole non trovo traccia di note né di rimandi bibliografici. La bio in quarta di copertina mi informa che Patriarca – giornalista, filosofo e imprenditore – ha all’attivo altri tre libri (dai titoli curiosi) e un contratto come responsabile editoriale per Il Sole 24 Ore. Tutto questo permettendosi comunque di avere sei anni meno di me. Me ne faccio una ragione, assaggio qualche altra pagina e penso: ok, prendo. (È cambiato tutto, ma il piacere di certe abitudini consumate in certi luoghi non cambia mai).

Ho voluto raccontarlo perché ritengo particolarmente significativo il modo in cui ho incontrato questo libro: senza alcuna imbeccata, non per un indirizzamento via social, tipo il solito stormo di tweet, la recensione sul profilo FB fichissimo o quella storia IG parecchio accattivante. Neppure per una recensione arguta in quella trasmissione radiofonica assai di tendenza, sull’inserto domenicale o nel blog audace. No: l’ho semplicemente incontrato, valutato, scelto. Sia chiaro, credo che le recensioni siano cosa buona e giusta. Ma in questo caso è giusto che sia andata così.

Molti dei temi trattati da Il digitale quotidiano mi interessano da un pezzo. Sono argomenti che avevo bisogno di smontare, chiarire, approfondire. Tenuto conto della loro complessità, soprattutto per chi non può vantare un retroterra all’altezza della situazione come il sottoscritto (diplomato senza troppa gloria – ma troppi anni fa – all’Istituto Tecnico Industriale), potrei parlare della lettura più opportuna che potesse capitarmi. Tema: il profondo cambiamento del sé – in termini di autodeterminazione culturale (il farsi del sapere), di relazione con gli oggetti e di relazioni interpersonali – come conseguenza dell’avvento del digitale.

Pensare che il web con le sue prassi rappresenti solo un mezzo evoluto per fare meglio (più agilmente e velocemente) ciò che in sostanza abbiamo sempre fatto, non è solo una convinzione pigra, miope e rassicurante, rischia di essere anche molto pericoloso. Lo è per come ci impedisce di affrontare e governare i contraccolpi profondi sul nostro essere individui e cittadini oggi. Una situazione resa ancora più complessa dalla fase di transizione nella quale convivono “sé” analogici – più o meno digitalizzati – e i cosiddetti nativi digitali.

Patriarca è chirurgico nel fare a fette i temi, ma conosce il valore del repetita iuvant: spalma strati concettuali dal più semplice al più complesso, accompagnando il lettore con implacabile morbidezza fino al cuore della questione.

I tre principali poli argomentativi (il sé rispetto al sapere, agli oggetti e alle relazioni umane) vengono ricondotti – con una certa grossolanità che direi sana oltre che paradigmatica – ai tre grandi soggetti economici del presente: Google, Amazon e Facebook. L’angolazione non è apocalittica, si limita (si fa per dire) a far affiorare i nodi cruciali e quindi a sottolineare l’urgenza di un approccio adeguato (di una “cassetta degli attrezzi” mentale, a partire dal vocabolario) nei confronti di una situazione che rischia seriamente di sfuggirci di mano.

Alla fine di una lettura agile ma densa, alcune intuizioni sparse e vaghe che avevo accumulato negli ultimi anni sembrano avere trovato una collocazione più stabile, il cassetto in cui infilarsi.

Salvatore Patriarca

Particolarmente interessanti e degni di ulteriore approfondimento sono i passaggi che insistono sulla riconfigurazione del sé di fronte alla soverchiante disponibilità del sapere, così come quelli riguardanti la smaterializzazione dell’oggetto in puro desiderio: entrambi temi che in The Gloaming ho affrontato all’interno di un discorso che metteva nel mirino i cambiamenti intervenuti nel mondo della musica e del rock in particolare, ma che chiaramente esondavano in ambiti più generali, a cui lì alludevo soltanto e che qui vengono puntualmente indagati (con una lucidità e una competenza che io, come è ovvio, posso solo sognarmi).

Patriarca non ha bisogno di puntellare il testo con note, citazioni o rimandi bibliografici. Le sue argomentazioni sono dotate di un’autorevolezza naturale, non danno mai l’impressione di avvitarsi in teorie autoindulgenti o sensazionalismo gratuito, al contrario procedono con metodo e convinzione lungo una traiettoria resa salda dalla chiarezza degli obiettivi.

Questo suo saggio – breve e ad alto peso specifico – va dritto allo scopo: costituire un piccolo contributo per la definizione di una consapevolezza nuova, aggiornata, meglio definita e ben indirizzata. Si tratta di una lettura, a mio avviso, necessaria. Da cui si evince, tra le altre cose, come e perché il vizio di leggere rappresenti ancora una delle migliori premesse alla base di un buon individuo e di un buon cittadino.

Ultimo ma non ultimo, mi ha particolarmente intrigato lo sguardo su certe meccaniche comunicative che rendono possibile la nascita di personaggi ad alto coefficiente di penetrazione mediatica (evito di fare nomi) a partire dalla ri-definizione di un sé pubblico, basandosi sulla tabula rasa del background e su un immaginario pescato algoritmicamente dal ventre scuro delle emozioni. Avete presenti gli occhiali di Essi vivono? L’esempio non si confà a un volume così sobrio ed equilibrato, ma l’effetto che produce – beh – tutto sommato potrei considerarlo simile.

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