Distopia arty: i 45 anni di Diamond Dogs

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I Settanta iniziavano a mettere in scena la loro danza macabra che farà olocausto delle residue (belle) speranze, riscattandosi con un sabba elettrosintetico – il punk/wave – che saprà recuperare se non altro l’energia spiccia e ficcante del decennio precedente. Nel frattempo però, proprio in mezzo al piombo e alla tossicità dei Seventies, David Bowie deve fare i conti con la pressione, le ossessioni, una sciagurata attitudine alle dipendenze di qualsiasi natura. Diventa cocainomane, prende confidenza con le vampe corroboranti dello speed, compreso ovviamente il corollario di paranoie, frenesia e stato di angoscia perenne.

Malgrado ciò, le intuizioni non smettono di fioccare. Una in particolare è forse la più ambiziosa capitatagli fino ad allora: produrre un musical sul celebre 1984 di George Orwell, l’opera letteraria che un quarto di secolo prima aveva preconizzato molte delle visioni distopiche in cui aveva sguazzato lo stesso Ziggy. Purtroppo però la vedova di Orwell gli nega i diritti di sfruttamento dell’opera: per Bowie è un colpo durissimo, ma è svelto a reagire escogitando Diamond Dogs, che rilancia l’impianto del concept abortito trasfigurando l’apocalissi sociale di 1984 in un fantasy cupo, nel quale immagina un mondo dominato dai dittatoriali “cani diamante”. Se preferite, il nuovo personaggio Halloween Jack è sempre Ziggy ma in una sua estrema, chimerica incarnazione: il nostro inviato alieno sul pianeta delle angosce rock.
Lo scenario tuttavia è drasticamente cambiato rispetto all’apice della fase glam (solo due anni prima). Bowie comprende la necessità di compiere uno scarto, sente che la cappa malmostosa che lo opprime è un riflesso abbastanza puntuale di quella che si sta posando sul mondo. In pratica, dichiara il glam obsoleto per le proprie necessità espressive e devia su un binario di ibridazioni soul, recuperi teatrali e corollary psych in chiave arty.

Per fare ciò liquida definitivamente i reduci dell’avventura Spiders From Mars e stringe nuovamente sodalizio col producer Tony Visconti. L’album che ne esce è strano, discontinuo, inquietante, attraversato da una vena black che sembra ispessirsi traccia dopo traccia, metabolizzando i sovraccarichi di adrenalina (la titile track) e gli struggimenti cabarettistici (Rock’N’ Roll With Me) in una sintesi che al suo estremo sbriglia un groove marcatamente blaxploitation (1984).

Questo Bowie così ingombrante e così inafferrabile è capace di cimentarsi in un hit a pronta presa come Rebel Rebel (estro protopunk Iggy Pop e tracotanza blasé Rolling Stones innestate su uno dei riff cardine del decennio) dopo aver piazzato una specie di suite – Sweet Thing/Candidate/Sweet Thing (reprise) – nella quale impasta melma androide e fatamorgane gospel, infiorettature classiche ed errebì imbizzarrito, brezze orientali e inequivocabile motorismo boogie con chitarra scorticata nel finale.
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Ed eccolo quindi sciorinare una piece insidiosa tra apprensioni soul e svolazzi spacey (We Are The Dead), per poi prodigarsi sempre più robotico tra rigurgiti glam avariati (la misticanza music hall – tromba, sax, moog, rasoiate di chitarra – di Big Brother) e latinerie inacidite (Chant Of The Ever Circling Skeletal Family). È un Bowie insomma che torna a calcare il terreno florido ma infido dell’art-rock, smanioso di individuare una forma nella folla di intuizioni, suggestioni, capricci che lo attraversano (così potenti da portarlo al limite della perdita di controllo).
Sempre centrale è l’idea portante del cambiamento, della incessante reinvenzione di sé come chiave dell’efficacia, dell’anti-banalità, della non-morte artistica. A costo di incappare in passaggi a vuoto o comunque parecchio controversi.

Già nell’agosto del ’74 Bowie si trasferisce a Philadelphia per mettere su nastro l’ennesimo nuovo corso, che non mancherà – ovviamente – di stupire e sconcertare. I cui semi sono già tutti contenuti in Diamond Dogs: un cuore black che sboccerà plastico e bianchissimo.

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