Libertà e realtà: i 50 di Tommy

Tommy non fu la prima rock opera (titolo che potremmo attribuire al formidabile S.F. Sorrow dei Pretty Things, anno 1968) ma vuoi per la dimensione della band, per quello che i The Who erano stati fino a quel momento, per ciò che avevano rappresentato in termini di pressione sull’immaginario collettivo, il loro quarto album (un doppio) coincise con un vero e proprio turning point. Cambiò la percezione di ciò che un disco poteva essere e fare, cambiò l’idea stessa di album, cambiò l’orizzonte espressivo del rock.

tommy

Compie 50 anni, Tommy, e non starò a dire che è fresco e potente come all’epoca. Non lo è. Si porta addosso tutto il peso e l’usura del tempo trascorso. Ma non è meno forte: lo è diversamente. E’ un monito visionario e selvatico, isterico, grottesco, non formattato, un grido di cui non comprendiamo più l’origine né la destinazione. Eppure, continua a parlarci. Ci parla, Tommy, di un individuo inesploso, rattrappito, chiuso a riccio per proteggersi dalla realtà che non offre varchi, appigli, possibilità di comunicare la propria esistenza. Il che coincide con un non esistere, sia esso strisciante o conclamato.

Nel tempo – tutto questo tempo – sono cambiate moltissime cose, ma l’incomunicabilità è ancora lì, spesso cammuffata dal suo febbricitante contrario: un eccesso di comunicazione, di messaggi e immagini, una documentazione ossessiva del nostro esistere come parte inafferrabile di un flusso frenetico. Tommy è un disco fatto di gorghi deliranti e teatrini ipnotici a cui rispondono strappi vitalistici, vampe di abbandono e trasfigurazione, i sussulti di quello che cova dentro e sgomita per uscire allo scoperto, per prendere forma, per diventare.

Guardami, sentimi, toccami, guariscimi: sono ancora queste le parole chiave. Ma il momento di Tommy in cui ancora oggi avverto la scossa più potente – la sento attraversarmi la spina dorsale come un serprente, col suo spasmo liberatorio e il contraccolpo dell’insidia – è quando parte I’m Free: quel riff pernicioso come l’agguato di blues felino, il passo crudo e sincopato delle strofe, poi la melodia scoccata a disegnare un arco arioso in un cielo acido, sembrano la rappresentazione stessa di una rinascita, di un riscatto che sa di non poter davvero lasciare tutto alle spalle.

I’m free
I’m free
And freedom tastes of reality

Come molte altre canzoni firmate The Who (e Townshend in particolare), non è solo questone di amarle: arrivano e sono lì da sempre, riempiono uno spazio che doveva essere riempito. E, in qualche modo, ti salvano.

P.S.
casomai non si fosse capito, nei confronti del concetto di rock opera sono per un approccio “the forest for the trees”: amo il modo in cui fornisce ulteriore senso a canzoni che ne avrebbero avuto comunque.

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