Distanze e illuminazioni: i National (e Mike Mills)

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I National sono una di quelle band che non mi hanno mai convinto del tutto malgrado piacciano a moltissimi amici con gusti simili ai miei. Non è l’unico caso, ma forse il loro è il più clamoroso. Perché? In poche parole, mi hanno sempre dato la sensazione di possedere un ventaglio espressivo robusto, intenso, potente e strutturato sì, ma circoscritto, destinato a consumarsi entro confini ben definiti.

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Vale per i dischi e per la singola canzone: quando inizio ad ascoltarli, sento di non potermi spingere oltre ciò che mi attendo da loro. E questo, per l’idea che mi sono fatto di me come ascoltatore negli ultimi – diciamo – trentacinque anni, rappresenta un ostacolo considerevole. Tengo a dire tuttavia che li rispetto. Li ascolto, apprezzo ciò che devo apprezzare. E in genere non mi entusiasmo troppo. Passo oltre.

national-easyDa pochissimo è fuori il loro nuovo album, I Am Easy to Find. Uno di quegli ascolti inevitabili, sapete cosa intendo (qui una bella recensione di Fernando Rennis). Devo dire che, pur non riuscendo a scuotermi dalle convinzioni di cui sopra, trovo che sia un disco molto ispirato e ben architettato (il sound disteso, quasi estatico, le dimensioni elettriche e acustiche immerse in una luminosa emulsione sintetica, il piano a dettare gli episodi più intensi, le ricorrenti voci femminili – soliste e corali – che lo deflettono su un piano di solennità direi quasi angelicata). A colpirmi davvero però è stato il video – un vero e proprio cortometraggio lungo ventisei minuti – che ne ha accompagnato l’uscita. Diretto da Mike Mills – già noto in ambito musicale per aver firmato celebri clip di Air, Blonde Redhead, Moby, Everythnig But The Girl, Pulp… – racconta la vita di una donna dall’infanzia alla vecchiaia, attraversandone le età grazie a brevi, toccanti sequenze accompagnate da rari dialoghi (colti come se fossero un field recording) e didascalie laconiche ma (perciò) pregne di senso. Il tutto in un emozionante bianco e nero e (ovviamente) col commento sonoro delle nuove canzoni dei National editate per l’occasione.

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Mike Mills

L’intuizione meravigliosa di Mills (che ha firmato anche il soggetto) è questa: la protagonista, che abbia pochi giorni di vita o molti anni, è sempre una ragazza – l’attrice svedese Alicia Vikander (bravissima). Quello che vediamo noi spettatori è il suo sé interiore che esiste negli anni, identico e mutevole. Ne seguiamo l’arricchirsi e logorarsi esperienza dopo esperienza, sensazione dopo sensazione, emozione dopo emozione, il suo evolversi in un “io” che non smette mai d’interrogarsi sul perimetro del proprio sentire, pensare, essere (meravigliose le brevi sequenze che insistono sul volto della protagonista mentre fa proprio questo: indaga se stessa, ciò che sta provando e il senso di cioò che prova). Gli interrogativi della protagonista sono costituiti da episodi minimi ma segnanti, da svolte affettive, lutti, oggetti, fenomeni esterni che sollecitano i sensi con conseguenze talora impalpabili, oppure persistenti, profonde.

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Conflitti, incontri, separazioni: il distacco e la vicinanza tra noi e gli altri, tra noi e ciò che siamo (stati). Sullo sfondo, come una vibrazione implicita – una luce che, invisibile, illumina – il senso del nostro passaggio tra i vivi, la nostra finitezza. Tutto ciò sembra discendere da un profondo senso di solitudine provocato dall’invadenza delle sensazioni (del sensazionalismo), dal bisogno primario di tornare a chiedersi chi siamo davvero, e cosa davvero accade mentre siamo impegnati ad accadere, a vivere. In questo senso, nella sinergia tra il video di Mills e il disco dei National possiamo individuare anche un significato politico (se “politico” è un termine a cui siamo disposti a restituire un senso ampio e profondo).

Everyone was lighting up in the shadows alone
You could’ve been right there next to me, and I’d have never known
Oh, the glory of it all was lost on me
‘Til I saw how hard it’d be to reach you
And I would always be light years, light years away from you

Non sarà per questo bellissimo cortometraggio che cambierò la mia opinione sulla band di Cincinnati, non di molto almeno. Ma se avevo qualche dubbio riguardo gli ambiti di manovra del loro fare musica, sui loro obiettivi (popolari e commerciali, certo, ma c’è modo e modo di elaborare una proposta popolare e commerciale), oggi credo di non averne più.

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