Il controllo e l’ossessione: i miei omaggi, Niki Lauda

Lauda-Hunt

Se non ci sono incidenti, che divertimento è?“. Babbo spiegava così la sua “passione” per la Formula 1. Ha sempre dimostrato questa franchezza, diciamo così, eccessiva nell’esporre pensieri, giudizi, opinioni. Senza calcolare troppo il contesto e l’interlocutore. In quel caso, l’interlocutore ero io, ancora bambino. Fine anni Settanta, primissimi Ottanta, non saprei dire. Comunque, dovevo avere già sviluppato una certa consapevolezza riguardo al pericolo, alle ferite, al dolore, alla morte, perché ricordo bene il brivido di raccapriccio che provai ascoltando quelle parole (nelle quali comunque avvertivo una quota di verità rispetto ai motivi per cui anch’io rimanevo ipnotizzato dalle accelerate, derapate e sorpassi di quei bolidi affusolati: sì, l’eventualità dell’incidente era carburante e additivo della mia attenzione). Ero ancora un bambino, certo, ma avevo visto il volto di Niki Lauda mangiato dal fuoco.

polistilNi-ki Lau-da. Nel nome qualcosa di affilato ed esotico, di cristallino e rapace. Quel volto – sfigurato o meno – scolpito da un raziocinio freddo, ossessivo, implacabile. Con gli amici ce lo litigavamo sempre, Niki Lauda, nei pomeriggi passati a lanciare modellini Polistil lungo piste disegnate sull’asfalto del cortile col gesso. Io avevo la Tyrrell blu, la mia fidata Tyrrel blu. Le derapate in curva erano la mia specialità. Avevo sviluppato la tecnica grazie a un espediente: passavo un velo di bostik sulle ruote per aumentarne il grip. In carriera Lauda non ha mai guidato la Tyrrell, ma se potevo – se uscivo vincitore dalla conta – forzavo la Storia e sceglievo lui, Lauda, alla guida della mia Tyrrell blu. Tutti volevamo essere lui. Come lui: affilati, rapaci, freddi. Implacabili.

lauda-crashNon ricordo di aver visto l’incidente in diretta. Ricordo un’immagine, una fotografia vista su un giornale o in TV. Lo avevano appena estratto dal veicolo incendiato. Nell’immagine si vede Lauda a terra, circondato dai soccorritori. Ha il volto annerito dalle fiamme e sta fissando la propria mano, la destra, che tiene sollevata. Sembra incredulo, inerme. Momentaneamente annientato. Era il 1976. Il primo agosto. Non avevo ancora sette anni. Ho scoperto nel tempo quanto quell’immagine mi abbia segnato, mostrandomi il vero che irrompe nel gioco, rivelando tutta la vulnerabilità annidata nel sistema di regolamenti e dispositivi. Nel tempo, quello che avvertivo in quell’immagine ha finito per coincidere con una delle mie più grandi paure, nutrendola: la possibilità, sempre incombente, di perdere il controllo. Degli eventi, del proprio corpo, dell’incolumità di chi amiamo. Di ciò che riteniamo di poter controllare.

Dopo soli quarantadue giorni da quel terribile incidente, Lauda tornò a correre. Arrivò quarto nel Gran Premio d’Italia, malgrado le piaghe sul volto che sanguinavano sfregando contro l’imbottitura del casco. Voleva il titolo, ma finì per perderlo: se lo aggiudicò il rivale di sempre James Hunt, per un solo punto. Si trattò comunque di un’impresa eroica, una straordinaria dimostrazione di volontà, determinazione e coraggio.

1979 Argentinian Grand Prix.

Tra noi ragazzini giravano battute orribili (“Ha le squame e non ha orecchie, cos’è?” “Un serpente?” “No, Niki Lauda“) che non mi divertivano neanche un po’. Non credo di averlo mai considerato un eroe o qualcosa del genere. Del resto, la Formula 1 non mi ha mai realmente appassionato, a meno che non si trattasse di una sua eccitante riproduzione per mezzo di modellini e piste disegnate col gesso sull’asfalto. Ma la figura di Lauda mi è sempre sembrata in qualche modo rassicurante. La dimostrazione che si poteva fronteggiare l’orrore, trovarsi a pochi millimetri dalla totale perdita di controllo, in balia di un inferno annichilente, e tuttavia uscirne, andare oltre, proseguire. A patto di saper coltivare bene – nel modo giusto – la propria ossessione.

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