Spettri e spaesamenti: 50 anni di Oar

Che complessità vischiosa, che formicolanti interazioni, quali dense anatomie abitano la scarna natura di questi blues trasparenti, di questi country lunari, di questi vaudeville prosciugati e derisi“.

Grandi dischi che compiono 50 anni di questi tempi non mancano. Poi ci sono dischi che, per molti motivi, non sono noti ai più come “grandi”, perché non illuminati dal riflettore della Storia come invece avrebbero meritato. I motivi? Molti e diversi, alcuni dei quali comprensibili.

Oar di Alexander ‘Skip’ Spence, ad esempio, sembra fatto per sfuggire alla messa a fuoco. È un affresco immaginifico che non ha superato lo stato di sinopia, è un raduno di spettri, un’ecografia di spaesamenti, una mappa di vibrazioni cardiache, una cornucopia di viaggi immobili. Troppo sbalzato dal flusso, troppo in bilico sul suo stato di frattura per produrre una qualche forma di successo, malgrado la sconcertante luminosità delle intuizioni melodiche e la brillantezza delle interpretazioni.

Da Oar in poi, ogni volta che il rock ha intrecciato le dimensioni della fragilità e della visione acida, rimanendo aggrappato alle radici folk-blues più… sradicate, è proprio allo sciroccato capolavoro di Spence che ha dovuto rifarsi, che ne fosse consapevole o meno.

Su Sentireascoltare trovate la mia recensione classic, scritta molti anni fa (per quel che vale, uno di quegli articoli che, una volta terminato, mi lasciò con la sensazione di avere toccato corde non pronosticate e neanche troppo comprensibili).

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