Funzionerà ancora? – Una pseudo recensione di La musica, per me

Luca D’Ambrosio, giornalista musicale e blogger, fondatore di Musicletter.it nonché membro della giuria delle Targhe Tenco, è stato due volte bravo in occasione di questo suo primo libro, La musica, per me, pubblicato lo scorso anno da Arcana. Un primo complimento lo merita per aver avuto l’idea di trasformare in domanda il titolo del fondamentale libro di David ByrneCome funziona la musica – e quindi di rivolgerla a una pletora di musicisti italiani. Non so quanti ne abbia effettivamente contattati, ma le risposte qui pubblicate sono ben cinquanta, tra cantautori, rocker più o meno stagionati e – giustamente immancabili – rapper.

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Il secondo “bravo” D’Ambrosio se lo guadagna per le schede che introducono ogni artista, sintetiche – una pagina e mezza all’incirca – ma esaustive, mai fredde anzi capaci di condensare assieme a una rapida bio il senso di un percorso, e senza fare sconti su eventuali (immancabili) passaggi a vuoto discografici.

C’è poi da entrare nel merito di queste risposte, e qui le cose si complicano, come è giusto che sia. Del resto, come puntualizza un quanto mai ecumenico Ernesto Assante nella prefazione, non potevamo che attenderci posizioni molto diverse, perché in fondo “la musica è un mistero” e “speriamo che lo resti per sempre”. Sante parole. Però il buon Byrne ci ha regalato appunto un volume che guarda in faccia questo mistero e ha il coraggio di affrontarne la complessità, restituendone un racconto disincantato, puntuale, a tratti chirurgico, senza tuttavia esaurirne la quota di ineffabilità. Un volume che, guarda caso, ha ispirato questo libro e le risposte in esso contenute.

Ebbene, uno degli aspetti più gratificanti per il sottoscritto è stato verificare come le argomentazioni più interessanti e meno scontate siano state fornite dai musicisti più interessanti e meno scontati. Se vi sembra poco, permettetemi di sottolineare che: non lo è. Sembra che, fatte le dovute eccezioni, esista una consonanza negli autori tra la loro musica e la consapevolezza (o la percezione) che ne hanno.

byrne

Tutto ciò è, in qualche strano modo, confortante. Ho molto apprezzato, per dire, le risposte di Fabio Cinti, di Nada (grandissima), di Cesare Basile, Paolo Benvegnù, Teresa De Sio, Flavio Giurato (grandissimo), poi ancora Appino, Lilith, Giancarlo Onorato, Miro Sassolini e, massì, un Brunori particolarmente arguto.

Ognuno con la propria angolazione, chi spingendo sul pedale dell’ironia, chi affidandosi alla pura esperienza e chi a un lirismo inafferrabile, oppure mescolando con disinvoltura questi aspetti, hanno insomma fornito risposte che gettano una luce in qualche misura inedita su quel “dietro le quinte” che ogni appassionato da sempre (e comprensibilmente) ama sbirciare. Di contro, non stupisce che dai Dodi Battaglia, dagli Omar Pedrini e dai Ghigo Renzulli non siano arrivate altro che cartoline banalotte e piuttosto trite, mentre da un Manuel Agnelli e da un Enrico Ruggeri mi sarei aspettato quel pizzico di impegno e ingegno in più.

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Ma l’aspetto più significativo, la nota dominante e il rumore di fondo che rimane dopo aver girato l’ultima pagina, è un altro: un diffuso senso di timore. Malgrado la domanda (“Come funziona la musica?”, arricchita al più dal sottinteso “per te?”) non focalizzasse sull’attualità, in quasi tutte le risposte è presente una marcata preoccupazione per lo stato delle cose musicali al tempo di internet (e oltre), che in alcuni casi assume i toni di una critica aspra (vedi l’intervento di Cristiano Godano, le cui posizioni in merito peraltro erano ben note) nei confronti della liquefazione dei supporti col conseguente regime del “tutto disponibile e tutto (quasi) a gratis” in modalità download e streaming.

Tolti gli aspetti economici – pure se ovviamente cruciali – è interessante il senso generale di spaesamento, di sconcerto dei musicisti di fronte a un fenomeno che li obbliga a riposizionarsi come ruolo, come “figura professionale”, tanto da spingere qualcuno (lo stesso Renzulli, Donatella Rettore) a suggerire ai più giovani di non farne la principale occupazione. A questo punto la domanda – che rimane nell’aria – è: una musica prodotta da musicisti non professionisti, quindi da tutta una filiera necessariamente più “dilettantesca”, i cui introiti proverrebbero quindi sempre più dalle esibizioni e – in casi fortunatissimi – da un utilizzo del pezzo in altri ambiti (pubblicità, cinema/serie tv, videogiochi, sigle di programmi…), avrebbe lo stesso senso che negli scorsi decenni ci siamo abituati a riconoscerle?

Domanda assai impegnativa. Magari, chissà, potrebbe diventare il pretesto per un altro libro.

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