Scomparse e permanenze: una non-recensione di Sogni e favole

«Del tempo che ci è concesso noi facciamo un solo uso: lo perdiamo, non sappiamo fare altro che perderlo, e tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso, e se qualcuno ci trasmette qualcosa prima di andarsene, non siamo venuti al mondo per scioglierne gli enigmi, ma per conservarli intatti, e trasmetterli a nostra volta ancora più incomprensibili di quando li abbiamo ricevuti.»

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Le recensioni sono fenomeni strani, con una loro meccanica che cerca e spesso trova la quadratura tra mestiere ed ego (se non la trova ne arrangia una fedele approssimazione). Le recensioni sono, fondamentalmente, contraddittorie, ed è per questo che le trovo così irritanti e interessanti allo stesso tempo. Scrivere ciò che si pensa di un disco (un film, un libro, un fumetto): è così facile e frustrante farlo ricorrendo a moduli, a formule, a passaggi obbligati, a cliché. Ci metti così poco di te – tempo, energia, anima – da poterlo considerare persino un esercizio defatigante, un’abluzione.

Lo è, certo, almeno finché non inciampi in qualcosa di intrattabile, di anomalo o, semplicemente, di vivo. Scriverne allora diventa una questione delicata, perché senti (capisci) il peso e l’incongruenza di ogni parola. Senti (capisci) che tutto quanto si potrebbe dire è già stato detto, e lo ha fatto – guarda un po’ – l’autore (del disco, del film, del fumetto, del libro).

Sogni e favole di Emanuele Trevi è uno di questi inciampi. È un libro bellissimo, e con questo potrei – dovrei – chiudere. Anche per non togliere al potenziale lettore il gusto dello sconcerto, lo spaesamento che ti prende dopo poche (due? Tre? Una?) pagine – cosa sto leggendo? – e che ti accompagna come una sbavatura dei bordi o uno sfarfallare del fuoco fino alla fine, anche se in realtà hai già capito bene, hai già capito tutto, lo hai sempre saputo.

Tra gli “obbligati” delle recensioni c’è il curriculum dell’autore e come s’inquadra in esso l’opera. Bene: di Trevi non ho letto altro. Problema risolto. E pensare che ebbi la fortuna di ascoltarlo in una bella presentazione, tre anni fa. Mi sembrò una persona affabile, semplice. Ma andò à finire che non comprai il suo libro. Come se la semplicità, quella modestia cordiale, rappresentasse un potenziale ostacolo all’intensità promessa dal (e che avrei voluto trovare nel) volume. Una promessa (un libro) a cui non mi andò di credere. Che sciocchezza. Adesso, giustamente, quella semplicità mi si rivolta contro, mi appare come il migliore sostrato possibile di un’intensità senz’altro strutturata, ma ad altezza d’uomo, occhi negli occhi. Da fragilità a fragilità.

Sogni e favole è un racconto, ma non proprio. Il suo tempo è uno spazio ricavato – scavato – nel corpo della memoria, l’azione è il reticolo di affetti che sostanzia la critica – letteraria, artistica – e la eccede fino alla speculazione/divagazione esistenziale. Ne esce un trepido slancio orizzontale, più vissuto che erudito, lungo il quale le figure degli amici ormai scomparsi – Arturo Patten, Amelia Rosselli e Cesare Garboli – con sullo sfondo giganti quali Metastasio, Tarkovskij, Pessoa, Cimabue e Kafka, allestiscono un teatro di illusioni e verità, di scomparsa e permanenza, di insensatezza che rincula in senso laterale, essenziale, profondo.

C’è un libro che ho amato a vent’anni, capace d’intimorirmi per la vertiginosa erudizione che mi rovesciava addosso, e del quale pure m’incantai: per il suo generoso e sfrenato divagare, per quella nota dominante, come il vibrare di una determinazione umanissima. Per il modo in cui sapeva imporsi un’autorevolezza che gli consentisse di guardare dritto negli occhi il dissolversi di tutto. Quel libro era (è) Ascolto il tuo cuore, città di Alberto Savinio.

Una simile tensione peripatetica, quella grazia con cui la memoria (intrisa di cultura nel ruolo di super-vicissitudine) diventa strumento, simbolo, pagina, immagine, mappa, diversivo, favola, sogno, tutto ciò lo ritrovo (più semplice, ad altezza d’uomo ecc.) in questo saggio-romanzo di Trevi. Il quale, mentre finge una laconica riassegnazione, ti suggerisce motivi reali per non mollare, per tenerti vivo tra i vivi: la possibilità, sempre inattesa, della scoperta.

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«Non esiste nessuna differenza sostanziale tra la memoria volontaria e quella involontaria. L’unica memoria che conta è quella che risveglia le cose passate quando è arrivato il loro momento, quando possiamo comprenderle

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