Awakening Songs #5: Lou Reed – Egg Cream

All’inizio dei Novanta avevo ormai capito che Lou Reed non era quel dinosauro bollito che il clip di My Red Joystick mi aveva fatto credere. Intendiamoci: malgrado le mezze delusioni (tipo Mistrial) e le delusioni tutte intere (New Sensations), era pur sempre Lou, e lo veneravo. Ma prima del doppio colpo New York e Magic & Loss non avrei scommesso una birra sull’eventualità di attendere un suo nuovo disco con impazienza, anzi con frenesia. Ed ecco quindi il 1996, febbraio per la precisione, il 20 per pignoleria: quando cioè uscì Set The Twilight Reeling. Sì, credo di poter dire che mi precipitai a comprarlo, senza timore di esagerare.

Mi ero messo alle spalle un bel po’ di cose all’epoca, a partire dalla speranza (illusione) che il suicidio di Cobain non significasse quello che sembrava significare, ovvero la parola fine su qualcosa di più grosso di quanto fossi disposto ad accettare. Ascoltavo PJ Harvey, Pearl Jam, Pavement, Radiohead, Mudhoney, Chemical Brothers, ed ero sostanzialmente felice. Ero felice, sì, ma in ogni disco avvertivo una strana vibrazione di fondo, in filigrana: come una preveggenza di decelerazione, l’eco sorda di un fine corsa imminente.

Il nuovo album di Lou Reed mi colse perciò impreparato: impreparato cioè a quella lettura lucida dello stato delle cose, equilibrata seppure sferzante, agile e persino appassionata (la relazione con Laurie Anderson era iniziata da un paio d’anni).

Era rock adulto, aperto a suggestioni soul e jazz, rock che aveva già attraversato abbastanza inferni da potersi permettere di relativizzare le inquietudini di fine millennio, seppellendole sotto la vis polemica, il sarcasmo e una sacrosanta euforia affettiva. Il tutto affidato a una scaletta (11 pezzi) varia e molto ispirata, libera dalla gravità del lavoro predecedente (e di tutto quel periodo tremendamente luttuoso), ma non per questo meno densa.

Dopo oltre vent’anni, ancora mi stupisce quanto poco sia considerato e citato Set The Twiligth Reeling all’interno del repertorio di Reed, sbadatezza che comprendo e perdono solo pensando ai titoli epocali che punteggiano la quasi cinquantennale carriera del newyorkese.

Comunque sia, ricordo benissimo il bisogno di ascoltare e riascoltare questo disco, e l’eccitazione di quando partiva la prima traccia, quel feedback in crescendo, poi il colpo anzi lo schianto di rullante come una breccia in cui s’infilava lo sferragliare magmatico della chitarra: era Egg Cream, più che una opening track la vera e propria motrice di un convoglio che mi avrebbe scarrozzato per giorni, settimane, mesi. Che ancora oggi faccio girare con piacere, ogni tanto.

E che inevitabilmente mi viene a trovare, mi possiede, soprattutto quella breccia iniziale, Egg Cream, col suo giochicchiare allusivo, sfrontato e contro-nostalgico. Svegliarmi con questa canzone, canticchiando quei versi iniziali – “When I was a young man, no bigger than this/a chocolate egg cream/was not to be missed” – è un po’ immaginare come dovrei essere, come tutto dovrebbe essere.

Qui tutte le Awakening Songs

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