Awakening Songs #4: Peter Gabriel – I Don’t Remember

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Tra le canzoni che mi ritrovo inspiegabilmente in testa e sulle labbra al mattino appena sveglio – e che sono il motivo per cui ho avviato questa rubrichetta “a periodicità onirica” – scrivo oggi di una che ricorre in maniera oserei direi cronica. Aggiungo: è una di quelle a cui nel canticchiarla pongo particolare attenzione. Attenzione al volume, intendo, che deve essere rigorosamente basso, bassissimo, meglio se ridotto a zero. In caso contrario, immaginatevi cosa dovrebbero pensare mia moglie e i miei figli assistendo allo spettacolo di un cinquantenne in bilico tra quelle poche ore di sonno e la colazione, lo sguardo perso nel biancore vuoto tra la tazzina di caffè e il tavolo, mentre dalle sue labbra zampettano parole come: “I don’t remember, I don’t recall/I got no memory of anything at all“… Ma bando alle ciance. Veniamo a noi.

***

Di quella cosa chiamata CD che d’un tratto – tardi anni ’80, nella provincia in cui galleggiavo – arrivò a dirimere il passato dal futuro, possiamo dire molte cose. Tra le altre, che ridispose la mente (e il corpo a ruota) all’ascolto di dischi che si erano dati già per sufficientemente ascoltati su vinile e audiocassette. Non è mia intenzione entrare nell’insidioso ginepraio dell’alta fedeltà: non sono mai stato audiofilo, per quel che mi riguarda anche una cassettina sgangherata in un walkman con le batterie quasi scariche aveva un suo perché, spesso più forte di tanta limpidezza digitale. Ma il CD rappresentò per molti una promessa: quella di una nuova possibilità di ascolto. Fu il richiamo delle sirene androidi a cui – noi nativi analogici disperatamente attratti dalla vertigine tecnofuturista del mitologico Duemila – non riuscimmo a resistere. Neanche ci sognammo, di resistere.

Tra i primi album che ricomprai nel nuovo, mirabolante formato ci furono quelli del Peter Gabriel solista. I quali, ascoltati nel bel mezzo degli Eighties, mi avevano già abbondantemente segnato, ma che mi sembrarono tra i più adatti anzi votati alla nuova modalità di incisione/riproduzione. Cosa scoprii grazie al cosiddetto “digital audio”? Quello che già sapevo, ma con un senso di – come dire? – inappellabilità: le canzoni di Gabriel – quelle canzoni – erano incendi di ghiaccio, fiamme domate nel momento in cui pietrificano esplosioni da esse stesse innescate. Erano sguardi anteriori, lame ritratte, spasmo di delirio e algebra di abbandono.

Prima dell’apoteosi epica/etica/etnica di So, l’ex-Genesis aveva infatti messo a segno quattro album che indicavano una possibile via al suono algido e compresso, come un’essudazione di nevrosi e ansia tecnologica, a cui avrebbe guardato tanto pop dai retaggi wave e più o meno arty del decennio.

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Un decennio appena iniziato: il cosiddetto Melt, terzo lavoro a nome Peter Gabriel (nel senso che era il terzo album omonimo), arrivò sugli scaffali nel maggio del 1980. Con il colpo di genio di quel drum kit senza piatti (forse per significare una sorta di macchinizzazione anti-dionisiaca del ritmo) e grazie a canzoni impregnate di alienazione e disagio patologico, ma non prive di slancio vitale spigoloso (e vette di lirismo e impegno, quale la celeberrima Biko), conquistò i piani alti delle classifiche sdoganando il musicista e performer del Surrey presso un pubblico finalmente grande.

All’epoca ero poco più che bambino, perciò ascoltai questo e gli altri suoi dischi più tardi, intorno appunto alla metà del decennio. Ma adocchiai ben prima – undicenne? – il video di I Don’t Remember. Fu grazie a Mister Fantasy del grande Carlo Massarini? Fu grazie a L’Orecchiocchio? O merito del più nazionalpopolare Discoring? Chissà. Fatto è che prima della folgorazione quella sì clamorosa – anche sanremese – di Shock The Monkey (dall’album successivo, anch’esso omonimo, perciò a tutti noto come Security), proprio I Don’t Remember fu uno di quei pezzi che mi suggerirono una disposizione ben precisa rispetto a ciò che la mia adolescenza avrebbe dovuto cercare nelle canzoni e nei dischi (e conseguentemente in esse e da essi attendersi): ovvero, tra le altre cose, scosse e inquietudini fondanti.

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Il video, diretto dal britannico Marcelo Anciano, è un capolavoro di soggetto, montaggio e interpretazione che si permette di scomodare suggestioni David Lynch (all’epoca noto per il solo – si fa per dire – Eraserhead) e nel quale Gabriel, va da sé, dimostra di essere nel suo regno (un regno che affondava estro e inventiva nelle immaginifiche rappresentazioni targate Genesis): vi appare infatti teso come la corda di un arco, l’espressione cerulea, quell’irresistibile aspetto da normal guy che sembra continuamente sul punto di abdicare all’irrequietezza da personaggio pirandelliano anfetaminico. L’intreccio sferzante delle chitarre (tra cui quella di Robert Fripp) e gli effetti sulla voce (come se fosse stata strizzata da un cavo telefonico) rendono la vicenda di amnesia e incomunicabilità del testo qualcosa di simile a un incubo da dormiveglia, a un risvolto del quotidiano. A qualcosa che ti accade anche quando (e proprio se) non te ne accorgi.

Sarà che mi capitò di vederlo/ascoltarlo a un’età in cui si è particolarmente permeabili, senz’altro fu anche per quello, comunque sia in qualche modo questa canzone (e relativo video) filtrò attraverso pupille, timpani e pori, mi entrò in circolo come una tossina per annidarsi in qualche angolino sinaptico o – chissà – in un diverticolo mnemonico più astratto. Ed ecco che, lo voglia o meno, da allora fa parte di me. C’è, non c’è, torna: lo fa sempre, da sempre. Proprio così. Il famigerato ritornello “I don’t remember, I don’t recall/I got no memory of anything at all” è uno di quelli che mi perseguitano deliziosamente da una vita, da prima che ne comprendessi ciò che non ho ancora finito di comprendere. O che comprendo ogni giorno, ignaro come dell’aria che respiro. In qualche modo, mi acccade.

***

Ma adesso basta, è tempo di andare. Bevo l’ultimo sorso di caffè, recupero la direzione dello sguardo, evitando di incrociare quello di moglie e figli. Spero di avere tenuto il volume basso, ragazzi miei. Che volete farci.

Qui tutte le Awakening Songs

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