Brian

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Eccolo lì. Come si dice in questi casi: sembra che stia dormendo. Del resto, trentadue anni è un’ottima età per morire, no? Non ancora vecchio, non più così giovane. No, non posso proprio lamentarmi. Neppure del fatto che sia accaduto oggi, con i ragazzi lontani. È un aspetto, questo, estremamente positivo: lo stile è una questione di distanza. Farsi prendere troppo, cadere nella trappola del coinvolgimento, oh, è insopportabile. Succede, ma è insopportabile.
Eccolo lì. Anche il pigiama non è male. Di classe, ma sobrio. Fa un contrasto delizioso su quel letto sfatto, in una camera che non ho mai sentito veramente mia, in una casa che non ha mai smesso di farmi sentire solo. Sei pillole di Carbitral, figuriamoci. Ho preso di peggio. Annaffiando con molto più scotch. Eppure, qualcosa non ha funzionato, non stavolta.

Eccolo lì. La porta è chiusa a chiave. E i ragazzi sono lontani. A Bangor, pensa te. Incontrare un guru indiano nel Galles, ah, una situazione degna di quei loro buffi filmetti. Proprio per questo motivo ero intenzionato a raggiungerli: dovevo vederla coi miei occhi, loro presenti, tutta quella buffonaggine. Volevo mettermi di fronte a tutto quel loro cercarsi dove è più improbabile, dove è meno credibile. Beh, mi sa che non potrò farlo. Peccato, ma così vanno le cose. Una volta siamo noi a cambiare il mondo, la volta dopo è il mondo che ti cambia. Succede. Ma succede a pochissimi. Ai più fortunati.
Eccolo lì. Quello ero io. Dicono che in punto di morte si ricordi tutto, tutto quello che si è vissuto, sentito, amato. Non ho avuto questo privilegio. Ci provo adesso e, beh, che strano, non ricordo nulla di precedente al 1961. All’ottobre del ‘61, per la precisione, quando sentii parlare di loro per la prima volta. La spiegazione è semplice, direi quasi banale: prima di allora, non ero io, non esistevo. Un perfetto nowhere man.

Mi sono chiesto molte volte, oh, moltissime volte, cosa sarebbe stato di me se quei ragazzini non fossero entrati nel negozio, se non avessero chiesto di quel disco, se non avessero pronunciato il loro nome aspettandosi che ne avessi sentito parlare. E se poi non fossi andato al Cavern a scoprire quei volti selvatici, la loro allegria feroce, l’attrito della loro determinazione.

La prima volta che li vidi su quel palco – quel palco ridicolo che non avrebbe retto una banda di quartiere – sentii subito due cose: di essere come loro e di non poter essere loro. E John, mio dio, John: era una ferita aperta, una lama sguainata. Cos’era quello che provai? Paura? Ammirazione? Ambizione? Una strana, nuova forma d’amore? Non ho mai smesso di chiedermelo. Ma non era importante. Lo stile, ecco quello che dovevo a me stesso e a loro, soltanto quello: stile e distanza. Una distanza necessaria per difendermi dal loro odio. Dal loro giustificatissimo odio.
Ho sempre saputo che c’era, che ci sarebbe sempre stato. L’ho sempre avvertito, con l’istinto e la ragione. Odio: anche quando l’intesa tra noi raggiungeva l’apice, quando il successo ci investiva come una pioggia di diamanti. Un odio ramificato, inestirpabile. Un odio cresciuto nella frattura tra possibilità e speranze, quella stessa frattura dove erano sbocciate le loro vite, da cui volevano fuggire e liberarsi con la furia di chi è nato preda. Il mio amore per loro è stato questo: mettere a tacere in me la sensazione costante del loro giusto odio per quelli come me. E trasformarlo in stile. Non è stato difficile. È stato tutto. Per me.
Eccolo lì. Eccomi qui. Prendo un respiro, chiaramente metaforico, e dichiaro ufficialmente che: i Beatles non ce l’avrebbero fatta, se non mi avessero incontrato. No, cari miei: senza di me sarebbero stati dei Rory Storm and The Hurricanes qualsiasi. Insieme abbiamo giocato una partita avventurosa, anche se le poste in ballo erano diverse: loro avevano tutto da guadagnare mentre io, beh, io mettevo sul piatto la mia vita. Ho vinto? Ho perso? Gli ultimi sei anni visti da qui somigliano a un decollo rapidissimo seguito da una lussureggiante insoddisfazione. Il punto è questo: la soddisfazione non esiste. Si può essere euforici, compiaciuti, inebriati, elettrizzati. Ma soddisfatti, mai.

Stasera Hendrix doveva suonare al Saville. Spiacente, Jimi: temo che per l’inutile rispetto che si deve ai morti, in special modo se il morto in questione è proprietario del teatro, annulleranno il tuo show. Un vero peccato, ma sarai grande lo stesso. Lo so io, lo sai tu, Jimi. Non dipendeva certo da me la tua grandezza. Del resto, perdonami, la tempesta che sai scatenare con la tua chitarra non vale un solo ricordo, neanche il più insignificante, di ciò che ho vissuto con i Beatles.
Su tutti, ne ho uno. Così potente da cancellare la mia utile ricchezza e la mia inutile miseria. Una data: 1 febbraio 1964. Eravamo a Parigi. Mi passarono un telegramma della Capitol americana che diceva: I Want To Hold Your Hand ha raggiunto il primo posto della classifica di Billboard. In quel momento, mentre passavo e ripassavo lo sguardo su quelle poche lettere senza più comprenderle, sentii che il decollo era finito. Lo avvertii come un puro fatto fisico, il raggelarsi e contrarsi improvviso di scenari, di spazi mentali, di energie. Lo vidi chiaramente anche sul volto dei ragazzi, quando passai loro il telegramma: un attimo prima erano esausti, delusi per quel concerto non proprio bellissimo di poche ore prima all’Olympia. L’attimo dopo erano incontenibili, elettrici, perfettamente compiuti. Una vertigine di esistenza.
No, non ho molto da aggiungere né da rimproverarmi, a parte ciò che non ho saputo essere. Che non avrei potuto essere, anche al massimo delle mie possibilità, della mia libertà. Non c’è libertà, fuori da ciò che sei. Ma adesso non conta più nulla. Nulla conta più.
Eccolo lì. Il pigiama. Il letto sfatto. La porta chiusa. Fra poco busseranno, faranno trillare l’interfono. A lungo. E io non risponderò. Non risponderò e verrà girata un’altra pagina.
Lo stile, adesso, è pura distanza.

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5 commenti

    • Sì, il racconto nasce da una serie di letture biografiche sui Beatles che mi hanno lasciato la sensazione di un manager molto in sintonia con la band ma anche sempre un passo “di lato”, come se tra i quattro e Brian esistesse una tensione irriducibile, una forma di antagonismo sommerso dovuto – credo – alla diversa estrazione culturale e di classe. Poi, certo, ci sono le illazioni sulla presunta – ok, ben più che presunta – attrazione per Lennon… Ma come sempre deve esserci qualcosa di più, qualcosa che difficilmente una biografia può catturare.

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