Il balcone, l’amore e l’artificio

Mi definisco un “ateo superstizioso”. Il che con ogni probabilità fa di me un membro della setta più diffusa e trasversale del pianeta. Non so se è per questa ragione che, da non credente, le manifestazioni del bisogno di credere mi affascinano. Di più: mi sconcertano. Ancora di più: mi commuovono.

Uno di questi fenomeni accade ogni giorno a Verona. Nel cortile del Palazzo dei Cappelli, dove si affaccia il cosiddetto “balcone di Giulietta”. Stratificazioni di artifici a sostanziare una situazione che di reale ha solo (solo?) la dimensione dell’immaginario condiviso: i Cappelli (o Cappelletti) furono forse quelli citati da Dante nel canto VI del Purgatorio insieme ai Montecchi (“Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura“), ma è improbabile dal momento che il Sommo Poeta pare si riferisse a una famiglia di Cremona.

Probabile invece che Shakespeare, tre secoli più tardi (a spanna), abbia utilizzato quei nomi danteschi per Romeo e Giulietta (mutando Cappelletti in Capuleti), ambientando la celeberrima tragedia in una Verona mitologica nella quale quasi certamente egli non si recò mai.

Il restauro del palazzo di via Cappelli – consumatosi tra il 1937 e il 1940 – è stato qualcosa in più di un semplice restauro: si è trattato della edificazione di una location per uno dei miti più potenti dell’epoca moderna. Ha donato una formidabile concretezza a un fenomeno puramente letterario (e cinematografico: pare addirittura che l’architetto Antonio Avena abbia ricavato ispirazione per il progetto dal Giulietta e Romeo di George Cukor, film hollywoodiano del 1936).

Si prenda poi il tanto celebrato balcone: altro non è che l’impianto sulla facciata di “materiale di riuso”, nel caso specifico di un sarcofago in pietra del XIV secolo (eh, già: amore e thanatos, sempre legati a doppio filo, quei due). Quanto alla statua bronzea raffigurante la virginale fanciulla, ne è autore il veronese Nereo Costantini, fu forgiata nel 1969,piazzata nel 1972 e infine sostituita con una copia nel 2014 a causa dei danni provocati dal famoso gesto propiziatorio di innumerevoli turisti (mani sul seno della ragazza: due milioni circa ogni anno).

C’è quindi ben poco di autentico, eppure la risultante vettoriale di così tante linee di forza emotive – e nello specifico “romantiche” – costituiscono le fondamenta reali di questo luogo, lo impongono come situazione vera. È un evidente caso di rivalsa e imperio dell’immaginario sulla realtà: la manifestazione concreta del bisogno di credere che vince la partita col credibile sono le migliaia di messaggi, bigliettini (su foglietti attaccati col chewingum, su cerotti – elemento non privo di simbologie apotropaiche), dediche, firme che ornano i muri del vicolo di accesso al cortile.

Fa sorridere perciò la presenza di un cartello recante il divieto di “imbrattare e deturpare”: se c’è una cosa forte e viva, che giustifica tutto il reale e l’immaginario deturpato (istituzionalmente) conferendogli senso e profondità sia storica che contemporanea, è proprio questa deturpazione, questo patchwork costantemente in fieri, questo graffito-blob dalla natura mutevole e viscosa, questo formicolante Pollock senza autore (perché ne ha milioni). Questa testimonianza – infine – del disperato bisogno di significare nel grande nulla dei significanti universali, come è appunto l’amore cui il Romeo e Giulietta concede la benedizione del tragico assoluto, assolvendolo dalla banale tragedia del quotidiano.

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4 pensieri riguardo “Il balcone, l’amore e l’artificio”

    1. La questione dei murales e dei graffiti – o meglio della loro percezione – è ancora critica. A me ha sorpreso però la reazione dei miei concittadini – abito in una città medio/piccola – nei confronti di molti murales pianificati dall’attuale amministrazione comunale coinvolgendo nomi importanti: non sono stati solo tollerati, ma addirittura graditi, per quanto si tratti di un linguaggio per molti versi estremo. Nel caso dei graffiti di via Cappello, è vera la stucchevolezza ma al di là della formula tipica da pegno o dichiarazione d’amore – che a mio avviso è meglio se resta banale – mi colpisce questo annullarsi “religioso” in un gesto, in un segno e in un luogo che non hanno altro fondamento se non una stratificazione di artifici. Tutto ciò mi affascina molto, per la sua carica simbolica, paradigmatica. Lo sfruttamento commerciale di questo fenomeno, poi, è un colpo di genio: il fatto che la commercializzazione arrivi a giustificare tutto, rientra nella più pura e semplice normalità (ahinoi, ma anche no). Ciao!!!

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