Awakening Songs #3: Filippo Gatti – Kaya

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Svegliarmi con questa canzone in testa, lo confesso, mi intimorisce. È una di quelle che torna a trovarmi con maggiore regolarità. Non spesso, ma torna. E ogni volta porta con sé emozioni strane, un po’ come certi sogni ricorrenti, quel senso di approdo e vertigine, come scoprire un angolo sconosciuto nella casa in cui abiti o un’espressione inedita sul volto di un amico. Quando ascoltai per la prima volta quella melodia e quelle parole, mi spiazzarono e incantarono, mi entrarono dentro con determinazione. Le sentii mie come se lo fossero sempre state.

Era l’autunno del 2003, avevo una figlia piccola e, smaltita la sbornia della neo-paternità, iniziavo a smontare il bunker e a spingermi oltre la visione a corto raggio del giovanotto che prova a immaginarsi adulto o che ignora (volutamente) il fatto di esserlo ormai diventato. Più allungavo lo sguardo in direzione del mondo, indagando sviluppi e prospettive, e più mi sentivo strattonato da timori assortiti, tutti invariabilmente insidiosi. La scansione lugubre dei notiziari, le linee di forza culturali e politiche, il cinerama delirante dell’intrattenimento: cattivi segnali, cattivi segnali ovunque. Ero pessimista? Certo. E in peggioramento progressivo.

Quel pomeriggio di ottobre avevo un appuntamento in agenda: era il giorno dell’uscita di Tutto sta per cambiare, album d’esordio per Filippo Gatti. Ne avevo letto una buona recensione, di Gatti sapevo che era stato il leader degli Elettrojoyce, tra le rock band italiane più interessanti degli anni ’90, dissoltasi ahimé nel 2000. Insomma, l’eventualità di ascoltare questo disco in negozio si profilò come una di quelle tentazioni a cui non mi sognavo minimamente di resistere. Funzionava ancora così, all’epoca.

La traccia di apertura, Kaya, mi gelò: una melodia di piano uscì a fari bassi dal non-silenzio sintetico, dapprima accorta, più fragile che solenne, ma in breve limpida, determinata. Poi arrivarono quelle parole:

Tutto sta per cambiare

un corpo non è affatto male

per quanto mi appartiene

Sentii chiaramente che l’impianto d’allarme si stava armando, pronto a scattare. Mi avvitavo tra smarrimento, curiosità e una vaga consapevolezza: cosa stavo ascoltando? Il carosello di cattivi segnali che mi galleggiava dentro aveva trovato una sua inattesa sublimazione. Erano bastate poche note e due pugni di parole. I miei timori, che poi erano quelli che tutti potevano avvertire, stavano lì, assieme alla possibilità di bellezza ovunque, a una volontà di superamento comunque.

Dentro l’albero il seme

dentro la goccia il mare

Non ricordo se assaggiai qualche altro pezzo della tracklist, probabilmente lo feci, ma avevo già deciso che quel disco lo avrei portato a casa. Di più: sapevo che quella canzone, quell’incipit così raccolto eppure così incisivo, me lo sarei tenuto dentro per un bel pezzo. Sì, lo sapevo. Ma non potevo immaginare che dopo tanti anni sarebbe stato ancora con me, una presenza improvvisa ma ciclica, familiare eppure inquietante, come allora.

Ricordati non prendere

quello che non puoi lasciare

Il resto del disco è altrettanto bello e insolito. Filippo Gatti ne ha pubblicati altri due (Il pilota e la cameriera nel 2012, La testa e il cuore nel 2017), ha collaborato con Riccardo Sinigallia, Bruno Lauzi, Bobo Rondelli, Banco del Mutuo Soccorso e 24 Grana tra gli altri. Nella sua musica c’è un’impronta che è soltanto sua. Cercatela.

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5 pensieri riguardo “Awakening Songs #3: Filippo Gatti – Kaya”

  1. Non lo so… ma io ho sempre “respirato” quel non cantare” di Filippo. Lui parla con consapevole melodia. È sempre stato di una attualità realtà e profondità da far rabbrividire. Di una profondità inesauribile. Con una chiave di lettura altamente filosofica. La musica è quello che porta dentro di se… la musica con cui si accompagna è un mezzo per farci osservare “quell’oltre” che non sappiamo a volte focalizzare… ascoltiamo poco le parole dell’altro. In pochi musicalmente parlando sanno esprimere una purezza d’animo come sa far lui. Lui sa comunicare stefano, come solo un filosofo sa fare. L’ho focalizzato come la Civetta di Minerva vedi un po’. Altro non so. Io ancora cerco di capire cosa “non” sappia dire … a volte siamo più portati ad ascoltare la”musica” come suono. Invece lui è l’esatto contrario. La sua musica è sua amica fedele e compagna🙂 bel post. Ehhh… ma nemmeno Sinigallia scherza.

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  2. Anora una volta tocchi corde sensibili, Stefano. “Tutto sta per cambiiare” è un disco che ha girato tanto – e tuttora ogni tanto accade – nel lettore CD. Ed è così raro sentirne parlare. Grazie.
    L.

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