Poco celebri, molto travolgenti, assai squinternati: i Pixies di Doolittle

pixies

Di alcuni dischi scorri la tracklist e ti viene da chiederti se non siano antologie. Intendo quel tipo di dischi che sembrano contenere tutto un artista o tutta una band. Capolavori, certo, ma anche qualcosa in più: una dimensione in cui convergono le linee di forza, le direttive estetiche e poetiche, dove va a coagularsi l’ispirazione, intanto che l’estro dedica il suo sberleffo supremo al fantasma della maturità. Dischi così compiuti (o meravigliosamente incompiuti) che, come spesso si dice, se anche l’artista o la band non avesse pubblicato altro, il bel capitolo nella Storia del Rock sarebbe comunque assicurato.
Nel caso dei Pixies quel disco è Doolittle, il loro secondo album. Di seguito ciò che ne scrivo nella monografia che ho dedicato alla band di Boston (e che potete leggere integralmente su Sentireascoltare).

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La missione o se vogliamo l’utopia dei Pixies faceva perno su un tenace ideale di purezza rock. Che, come ogni ideale, doveva se stesso a una stratificazione di costrutti mentali pressoché privo di fondamenti concreti. Tuttavia Black Francis e compari abbracciarono con determinazione questa sorta di naiveté rock, la quale ovviamente – visti i tipi – contemplava la scelleratezza, il torbido, l’impertinenza, la sfida alle convenzioni, il tutto giustificato da una sorta di innocenza costituzionale, tipica di chi fonda le proprie convinzioni su una passata ancorché favolistica età dell’oro. Una ingenua, avventata, generosa età dell’oro, consumatasi prima dell’istituzionalizzazione di forme e prassi rock’n’roll. Un’utopia insomma piuttosto aleatoria, ma in compenso abbastanza sgangherata.
In ogni caso, Charles per primo sapeva bene che ormai il rock era divenuto un linguaggio ben codificato e perciò inoffensivo. Ebbe difatti a dichiarare: “il rock’n’roll è divenuto un’esperienza artificiale. Non ha nulla a che fare con la ribellione. Fa parte della cultura di massa ormai. Tutto è accettabile, nulla è estremo, pericoloso o sovversivo. Niente che possa spaventare mia madre. Lei ama i Pixies“.

doolittle

Con questa consapevolezza in saccoccia, ecco che il secondo album Doolittle (4AD) viene concepito per soddisfare l’esigenza di “diventare celebri come gli U2 ma continuare a sembrare degli squinternati“. È un lavoro più meditato e costruito rispetto a Surfer Rosa, ma stiamo parlando pur sempre dei Pixies. Ragion per cui: ecco quindici tracce di miele e anfetamina, di dolciastra avventatezza e nevrastenici assalti. Meccanismi assassini dove la dinamica tra le parti gioca un ruolo decisivo, con gli elementi melodici e gli spasmi al calor bianco ad alternarsi con maestria primordiale. La produzione da Gil Norton, già al lavoro con China Crisis, Throwing Muses ed Echo & The Bunnymen, sbilancia il sound verso una wave mutante, psicotica, fuori tempo e in un certo senso deteriorata.
Del resto, il caro Francis-Charles introduce da par suo ingredienti disparati sia dal punto di vista atmosferico che contenutistico, senza mai rinunciare a una inquietante ambiguità di fondo: Here Comes Your Man è una ballatina gradevole e insidiosa, Hey qualcosa di simile a una perversa dichiarazione d’amore (“must be a devil between us/or whores in my head“), Tame un j’accuse infervorato (“fall on your face in those bad shoes/lying there like you’re tame”), La La Loves You – cantata da Lovering – un languido divertissement surf, mentre Mr. Grieves e Dead si permettono di tirare in ballo il sempreverde tema della morte in chiave biblica.
Poi ci sono i pezzi da novanta, tracce che segnano a fuoco l’immaginario: una Debaser tutta allarme e disperazione, surrealismo e nevrastenia, riff geniale e andamento travolgente, ammiccando senza timore al cane andaluso di Louis Buñuel; quella Wave Of Mutilation che si fa anello mancante tra new wave e indie rock, satura di stringente, onirico abbandono; una Gouge Away tarantiniana ante litteram e infine – e soprattutto – Monkey Gone To Heaven, visionaria e grave, coretti da sirena corrucciata e sottofondo d’archi per un mid tempo urticante – ispirato pare a un episodio di polluzione oceanica – che sarà in grado di fare sfracelli nelle rockoteche.
Ok, i Pixies non diventarono famosi come gli U2 – anche se in UK riuscirono a fare capolino nella top ten – però diventarono un punto di riferimento irrinunciabile per tutto ciò che si muoveva nell’indefinito calderone indie-rock. È risaputo che Kurt Cobain s’innamorò perdutamente del loro sound, al punto che durante le sessioni di Smells Like Teen Spirit il caro Dave Grohl se ne uscì sbottando: “Hey, ma sembra un pezzo dei Pixies!!!“. Cobain non se ne curò e i Nirvana sfornarono la traccia in grado di marchiare a fuoco il rock anni novanta. Così vanno le cose, così devono andare.
Intanto Francis e soci si godevano la loro fetta di celebrità, le buone recensioni, il dichiarato apprezzamento e persino l’amicizia di Michael Stipe, Nick Cave e Robert Smith, mentre tante college radio mettevano il pepe al culo a quasi tutti i pezzi di Doolittle, garantendo ai Pixies un bel filotto di concerti sold-out. Tutto ciò senza che mai i ragazzi rinunciassero al vizio di sconcertare l’amato pubblico, ad esempio suonando scalette in rigoroso ordine alfabetico oppure mettendo il bis in testa allo show (uno o due pezzi) per poi quindi prendersi una pausa, rientrare più tardi e solo allora dare vita al concerto vero e proprio. Espedienti marginali, certo, però anche tentativi di scuotere i canoni, elargire la scossa squinternata, tagliare l’occhio al cane andaluso con un movimento rapido surreal-dadaista.
Possiamo asserire che il 1989 fu l’anno in cui i Pixies realizzarono appieno se stessi. Tutto il resto fu una conseguenza, senz’altro rilevante ma – alla luce di tanta forza – inevitabilmente minore.

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