Awakening Songs #2: The Go-Betweens – The Clock

L’antefatto: ho approfittato di una sacca di gennaio fuori stagione per passare la giornata di ieri (teoricamente: una domenica di primavera) a stretto contatto col divano.

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A farmi compagnia, tra le altre cose, c’era Grant & Io, il memoir di Robert Forster dedicato alla parabola – che poi parabola non è stata, ma ci siamo capiti – dei suoi Go-Betweens, band un tempo e giustamente etichettata da Les Inrockuptibles come “la più sottovalutata della storia del rock”. Come si dice di molti saggi divulgativi per lubrificarne l’introduzione tra le grazie del potenziale pubblico, è un saggio che “si legge come un romanzo”. Solo che in questo caso è vero, e aggiungo che si legge come un bel romanzo. Però non è fiction. Ciò che Forster racconta è (dovrebbe essere) vero. Come è vera, purtroppo, la morte improvvisa di Grant McLennan, avvenuta il 6 maggio del 2006, che ha privato il mondo di un grande compositore e interprete, anima assieme a Forster di una band meravigliosa che da quel momento ha cessato (giustamente) di esistere.
Il libro – di cui ho scritto una recensione che potete leggere qui – racconta quindi una vicenda di amicizia e distanza, di attriti sommersi e affinità misteriose, di follia e affetti, di genio e frustrazione. E di musica, certo, ma come se fosse uno sfondo necessario, uno schermo su cui le esistenze (di Grant, di Robert, di tutti coloro che hanno gravitato attorno alla band) scorrono, si consumano, compiono il carosello di se stesse. Ne esce una ballata febbrile e apolide al ritmo di canzoni troppo poco conosciute rispetto alla loro bellezza.

Tra queste canzoni, ce n’è una che ho ascoltato una volta, e poi un’altra, poi un’altra ancora, appena terminato il libro. Scritta e interpretata da Grant, fa parte del formidabile The Friends Of Rachel Worth, terzultimo album dei Go-Betweens, quello del ritorno dopo uno iato decennale. È una canzone intrisa di fatalità e attrazione, una palpitante dichiarazione d’amore o dipendenza, entrambe le cose probabilmente. Una canzone nervosa e malinconica, assieme fragile e determinata, il cui cuore va ricercato nel contrasto tra quelle strofe ruvide e dritte, il languore scosceso del ritornello e l’enfasi traslucida del bridge. Un autentico gioiello che alla luce della tragica e prematura fine del suo autore fa pensare a uno sguardo gettato nel buio del proprio stesso destino.

Si intitola The Clock, ha suonato fuori e risuonato dentro di me per tutto il pomeriggio di ieri. Questa mattina è stato con lei che ho aperto gli occhi. Ed è con lei in testa che sto lasciando rotolare questo lunedì finalmente – fintamente – assolato.

Candles and tambourines shine in the dusk
Monkeys and Spoonful float through the musk
Why when you come here
Does the rainbow turn black?
Spitting and burning, the vision attacks
But then the clock turns and its now
and its you
Ghosts from the river beg to get in
Staining my windows with pictures of sin
Sometimes the night time steals all your light
Then in the morning the birds lift and fly
But then the clock turns and its now
and its you

Qui tutte le Awakening Songs

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