Already dark: rock, depressione e crepuscolo

Poco prima che chiudesse i battenti, il Mucchio dedicò la copertina e l’articolo centrale di un numero a Chris Cornell, a cui contribuii con questa riflessione che mi sembra opportuno recuperare oggi, in coincidenza della “piena” di commemorazioni (e commozione) per l’anniversario del suicidio di Kurt Cobain e della morte di Layne Staley.

L’articolo risale al 2017, oggi andrebbero inclusi nella lista anche i suicidi di Chester Bennington e Keith Flint

Edit: poche ore dopo la pubblicazione di questo post è stata purtroppo confermata la morte di Shawn Smith – già nei Brad e nei Pigeonhead – sembra per una malattia legata al diabete di cui soffriva da tempo. Se n’è andato anche lui il 5 aprile.

Edit 10/08/2019: alla lista occorre aggiungere anche David Berman, ex-leader dei Silver Jews, suicidatosi il 7 agosto

Edit 29/08/2019: è confermata l’ipotesi di suicidio anche per Neal Casal, venuto a mancare il 26 agosto

***

Fare i conti col crepuscolo

L’epidemia di lutti notevoli del 2016 – proseguita, anche se con minore virulenza, negli anni successivi – ha saldato definitivamente l’eventualità della morte alla fenomenologia del rock.

L’aspetto più semplice della faccenda è anche quello più complicato da accettare: il rock deve misurarsi, per la prima volta da che esiste, con l’anzianità dei suoi primi protagonisti, con l’estrema maturità – concediamoci questo eufemismo – dei padri fondatori. Lo deve fare da un punto di vista tematico, certo, e non è affatto semplice: perché il rock si è sviluppato ed è diventato grande come un codice di scoperta e sovvertimento, naturalmente rivolto alle giovani generazioni, le più affamate di aspettativa, vogliose di mettere in discussione la fissità dei costumi per aprire brecce e consentire al nuovo di irrompere nel quotidiano.

Come cantava il buon Dylan nel suo folk già poeticamente sporto su tematiche e angolazioni rock: Come mothers and fathers/Throughout the land/And don’t criticize/What you can’t understand/Your sons and your daughters/Are beyond your command/Your old road is/Rapidly agin‘”. Invece, per insistere e in questo caso parafrasare sua Bobbità: it’s already dark. Il rock si trova oggi costretto a confrontarsi con l’età del crepuscolo, a impararne la grammatica. Sarà interessante – lo è già – vedere con quali risultati.

La questione presenta però un altro aspetto ben più concreto, ahinoi, ed è la sempre più probabile e naturale eventualità della malattia, del decadimento fisico, quando non della morte vera e propria dei musicisti che amiamo. Siamo obbligati a tenerne conto, anche se è difficile e forse persino imbarazzante sovrapporre questa consapevolezza alla sagoma tipica della rockstar: i contorni non collimano, stridono e si respingono. Tuttavia, questo è. Da persone ragionevoli – e lo siamo anche grazie al rock, che tra le altre cose ci ha insegnato il gusto pieno e sfaccettato della consapevolezza – ce ne faremo una ragione. Riusciremo ad accettarlo.
In questo quadro spiccano però alcune pennellate intruse, aliene, stonate. Una delle più recenti* coincide col suicidio di Chris Cornell, vittima – come ormai appare chiaro – di una depressione tanto implacabile quanto poco evidente da un punto di vista mediatico. Meglio, che sia poco evidente, perché in casi del genere l’unica condotta degna è fermarsi sulla soglia del privato, evitare speculazioni incaute e sempre – sempre – improprie. Però quelle pennellate ci sono, nel corso degli anni si sono succedute con impressionante regolarità e hanno evidenziato una strisciante sequela di elementi in comune, malgrado la particolarità di ognuna.

Messe in fila, le date di morte di Kurt Cobain, Jeff Buckley, Layne Staley, Elliott Smith, Vic Chesnutt, Mark Linkous, Scott Weiland e Jason Molina disegnano una linea obliqua discendente, una minimale cartografia di sconfitta. Battaglie perdute da una generazione – tutti i musicisti citati sono figli degli anni Sessanta, a parte Molina che era del ’73 – salita in sella a un rock ancora potente, ancora cruciale, eppure già precipitato nel buio del suo spegnersi. Morti diverse, certo. Ma al di là delle malattie, della tossicodipendenza, della pura e semplice (pura? semplice?) fatalità, in ognuno avverti un senso di abbandono, un consegnarsi alla resa come ultima, inevitabile ipotesi.
Fermo sulla soglia di ciò che non può essere esplorato, di ciò che non è giusto esplorare, riconosco in ciò che ho provato appena letta la notizia della morte di Cornell la stessa sensazione di quando ho saputo della morte degli altri protagonisti del rock dei Novanta. Con un diverso grado di consapevolezza e coinvolgimento, certo, ma ho provato quella stessa, identica sensazione: mi sono sentito ingannato. E – certo – anche un po’ colpevole. Colpevole di non avere compreso.

Perché è chiaro che quel rock dall’orizzonte sempre più basso, quel rock che non prometteva – non esistevano più le condizioni, non era il suo scopo – tempi migliori, prospettive utopiche e traiettorie di realizzazione, quel rock che neppure sapeva prendere a calci il presente in maniera autorevole, è chiaro che quel rock dei Novanta insomma, covava dentro di sé una resa, il rumore di fondo di un’implosione. Quella sensazione è andata definendosi sempre più col tempo e con gli eventi. Si è, come dire, sedimentata.
Il suicidio di Cobain fu forse – anzi, senz’altro – troppo clamoroso e concentrato sulla propria voragine da stella caduta per sembrare, almeno sulle prime, il segnale di qualcosa di più ampio. Quanto a Buckley, lasciò dietro di sé una persistente scia di rimpianti, ma anche dopo anni non è semplice vedere nel suo annegamento molto più che una tragica fatalità: puoi sospettarlo, certo, è un retropensiero che ti accompagna, ma nella cronaca della sua fine al più riesci a leggerci uno sciagurato consegnarsi all’azzardo. Staley invece – di lui seppi mentre attraversavo un viale alberato a Firenze, alzai lo sguardo e la primavera mi sembrò spaccarsi come un vetro – sembrò l’ennesimo pegno pagato dal rock al pernicioso rapporto con l’eroina, uno svuotarsi – uno scarnificarsi – della volontà.

Ma le successive scomparse – Smith, Chesnutt e Linkous – invitano a riconsiderare anche i loro decessi – i loro suicidi – come anelli di una catena, di cui Weiland (la sua fu un’overdose così pesante da sembrare accuratamente, tenacemente progettata) e Cornell rappresentano in modi diversi l’estremità. In questo senso, anche la tristissima morte di Jason Molina – letteralmente consumato dalle conseguenze dell’alcolismo, costretto a chiedere aiuto economico ai fan per finanziare l’assistenza sanitaria – acquista una luce emblematica, sembra una condanna che compenetra uomo e musicista, un’obsolescenza connaturata, del tutto organica al senso di sfaldamento tra rock e centro nevralgico dell’immaginario collettivo. Uno sfaldamento che in quegli anni iniziavamo a percepire con sempre maggiore evidenza.

Dal punto di vista di chi oggi si ostina a considerarsi appassionato di rock, il rock dei Novanta (forse il decennio più brillante di sempre dal punto di vista del rock, tenuto conto dei risultati artistici, dei volumi di vendita, della penetrazione mediatica e culturale) somiglia sempre più al proverbiale rinvigorimento della fiamma che prelude allo spegnimento della candela. E i suoi “martiri” il pegno pagato all’impotenza di una dimensione, di una forma espressiva, di un’estetica e di un’etica nei confronti di tempi – questi tempi – che hanno cambiato la serratura, frammentato i contorni e minato i ponti, messo fuori gioco insomma il rock, confinandolo nella gabbia dell’intrattenimento, spesso oltretutto nostalgico, o – se preferite – retromaniaco. Ne hanno fatto la componente utile di un meccanismo, marginalizzandone l’essenza.
Chi oggi si ostina a considerarsi appassionato di rock, ha imparato a convivere con un luogo silenzioso nell’anima che significa impotenza, irrilevanza, forse persino sconfitta. Un luogo silenzioso e in espansione.

9 commenti

  1. Linkous e Molina hanno avuto, a loro insaputa, un buon peso nella mia vita.
    Grazie per il loro ricordo, espresso anche in the Gloaming, che ho preso e letto e assorbito, io come te giovane degli anni novanta.
    Grazie.
    L.

    Piace a 1 persona

  2. […] In Utero dei Nirvana è uscito il 21 settembre del 1993. In occasione dell’anniversario, sono andato a rileggermi una mia vecchia recensione. Quando la scrissi erano passati circa dodici anni dalla morte di Cobain. Da allora ne sono passati anche di più, eppure in quella recensione avverto ancora il senso di ustione, di carne viva scoperta e anche un po’ infetta. Lo avverto come se non avessi mai chiuso i conti con quell’episodio, con quella frattura. Come se in qualche modo e da qualche parte Cobain non abbia mai smesso di sembrarmi un monito, un animale rock morente, un crepuscolo di tutte le prospettive. […]

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