Demarcazione Cobain

Il 5 aprile 1994 si consumò il suicidio di Kurt Cobain. Una linea di demarcazione, l’evento spartiacque che consegnò la mia generazione – o, meglio: gli appassionati di musica rock della mia generazione – a un presente orfano di futuro.

Attorno a questo concetto – una forzatura, se volete, un’ansia di simbolo – ho scritto negli anni alcune cose. Ad esempio nella recensione di In Utero, oppure in quella dedicata allo struggente MTV Unplugged in New York.

Ovviamente ne ho scritto anche in The Gloaming, il mio libretto sul crepuscolo del rock, del quale anzi non poteva che costituire l’innesco. Ne riporto un passaggio:

«(I Nirvana erano) un power trio che manteneva i comprimari ritmici sul pezzo e mandava allo sbaraglio la sua punta di diamante, Kurt Cobain, cantante e chitarrista dalla bellezza cruda e tormentata, tanto schivo quanto volitivo, votato a spendersi sul palco senza alcuna intenzione di limitare i danni (tutti già compiuti, per parafrasare non casualmente il Neil Young – padre putativo del grunge – di The Needle And The Damage Done). Cobain era un frontman cristologico di chiara estrazione punk, più masochistico che aggressivo, uno che “sconta la morte vivendo”, con la sua aggressività fragile, sempre sul punto di implodere. Perfetto, in tutti i sensi. (…)

La parabola dei Nirvana sembrò in tempo reale un rigurgito del rock nella sua versione più brusca e sanguigna, che tornava a testimoniare un disagio profondo dal cuore del sogno americano, sogno che nel frattempo era diventato un esercizio di edonismo molto più esclusivo che inclusivo, un sogno generatore di illusioni crudeli, di sterminate periferie di alienazione. Il breve – ahinoi – repertorio dei Nirvana era (è) l’urlo di protesta esistenziale di una generazione consegnata all’apatia, svuotata di obiettivi, condannata fin dalla culla alla stessa nevrosi e alla stessa insoddisfazione che la generazione dei genitori s’illudeva di aggirare giorno dopo giorno.

Nel suicidio di Cobain è contenuta una terribile sindrome da cul de sac, l’estrema ratio di chi si sentiva preso nella rete del successo ottenuto proprio grazie a quell’urlo con cui intendeva spezzare le catene: un circolo vizioso che ne stritolò le già fragili (e intossicate) difese caratteriali.»

17 commenti

Rispondi a Marginale – Unplugged in NY dei Nirvana – pensierosecondario Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...