Riemergere: il perimetro sonoro degli Alice Tambourine Lover

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Ho scritto recensioni per più di quindici anni. Cinque, a volte anche dieci recensioni al mese, dalle duemila alle cinquemila battute ciascuna. Intendo: recensioni di dischi nuovi. Il che significava ascoltarne almeno il triplo, vagliare, valutare. A ogni disco recensito dedicavo non meno di cinque ascolti. Senza contare che continuava a esistere tutto il resto, le decine di uscite musicali che dovevi (o, nel migliore dei casi, volevi) conoscere, ascoltare. Da quando ho deciso di smettere con le recensioni, non ho solo ripreso a respirare: mi rendo conto che ascolto in maniera diversa. È una sensazione strana, di emersione. Non provo più l’urgenza di indagare connessioni col presente, di risalire radici e soppesare mutazioni. Non dico che fosse brutto farlo, anzi: spesso era eccitante. Ogni disco si trasformava in una piccola o grande sfida, che però con gli anni mi ha logorato. Adesso ogni disco è solo un disco, ed è bello così. Annidato nel suo esserci, presente e sensato.

Che è poi il modo migliore, forse l’unico, per ascoltare un disco come Down Below, il quarto album degli Alice Tambourine Lover, uscito pochi giorni fa. Si tratta di un duo,

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formato dalla cantante Alice Albertazzi e dal chitarrista Gianfranco Romanelli, e la loro esistenza per me rappresentò – nell’ormai remoto 2012 – una sorta di shock. Entrambi negli anni Zero militavano negli ALiX, quartetto dall’arcigna calligrafia garage-psych il cui Good 1 (qui una mia recensione d’epoca) fu prodotto nientemeno che da Steve Albini. Qualche anno più tardi Alice e Gianfranco avviarono il nuovo sodalizio e con Naked Songs mi lasciarono di stucco: cos’era quel folk-psych apolide eppure capace di contenere tutte le patrie del folk e della psichedelia passando dal blues, echeggiando grunge, beccheggiando shoegaze e dream-pop?

Un tamburello, strati di chitarra vorticosa inzuppata di buio e bagliori, una voce – quella di Alice – in grado di intrecciare suggestioni oniriche e rurali, brughiere albioniche e plateau desertici, il tutto però in una congettura che conosce la cupezza e gli spigoli della città, la durezza chimica del qui e ora, l’attrazione irresistibile dell’abbandono. Li ascolti, ed è come uno scontro ipnotico tra desiderio e amarezza, tra prospettive e passione, una coreografia invisibile di spiriti affini e cattivi, una giostra di delizie spettrali e miraggi vischiosi.

Nei loro quattro dischi – a Naked Songs hanno fatto seguito Star Rovers, poi Like A Rose e appunto l’ultimo Down Below – più che un’evoluzione (che pure c’è: una sempre più solida ed essenziale padronanza) sento una volontà progressiva e tenace di perimetro, di luogo: ogni considerazione su implicazioni, prospettive, derivazioni e derive, nel loro caso appare piuttosto marginale, per non dire inutile. In un presente così sfaccettato, esploso nei mille e mille frammenti delle iperconnessioni, compresso in una simultaneità stordente, le canzoni degli Alice Tambourine Lover sembrano dirti: “qui è dove facciamo i conti col calore dei nostri demoni”. Ed è tutto quello che credo si debba dire.

A dispetto del titolo scelto per il nuovo album, ascoltarli somiglia a riemergere.

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