Sogno non erotico #1

marilyn10

Le premesse, come spesso capita, sono confuse.

Per farla breve: sono a teatro. Sto leggendo in attesa che inizi lo spettacolo. Quale spettacolo? Boh. Quale libro? Boh. Sono a teatro, in platea, in una vaga penombra che non mi impedisce di leggere. Comodamente seduto. Non provo alcuna sensazione di fretta, noia o altro. Sono calmo. Aspetto che inizi lo spettacolo. Leggo.

D’un tratto, siede accanto a me una ragazza. Giovane, non particolarmente bella. Il volto è pallido, poco truccato. Continuo a leggere, ma sento i suoi occhi su di me. Nel momento in cui ricambio il suo sguardo, credo di riconoscerla. Mi viene addirittura in mente un nome. Le dico: “ti conosco, sei xxxxxx”. Lei sembra distratta, quasi assente, ma risponde: “quel nome non è il mio.

Si aggiusta sulla poltroncina. Tutto il suo corpo, lentamente, si muove. Rivolge il viso, le spalle, i fianchi, le ginocchia verso di me. Le gambe si allargano, la minigonna diventa un teatrino, uno spettacolo riposto, esclusivo. Per me.

Vedo che lì sotto è nuda. Mi mostra la sua nudità con noncuranza, con una naturalezza priva di implicazioni. Rimane in silenzio, senza cambiare espressione. Sta aspettando, è chiaro, che io faccia qualcosa.

La distanza tra me e lei diventa una questione di vibrazioni intraducibili. La normalità trattiene il respiro mentre tutto – l’attesa, la penombra, il chiacchiericcio della sala – prosegue con la consueta indifferenza.

Le prendo una mano, ed è una mano da ragazzina. La stringo. La porto alla bocca e la bacio, trattenendola sulle labbra per qualche istante. Sorrido alla sua espressione neutra, alla sua non-espressione.

A quel punto mi rimetto a leggere.

Sipario.

***

Non è stato che un sogno. Ovvero, niente. Nulla. Da un pezzo credo che i sogni siano pura attività elettrochimica, lavoro defatigante, decantazione. Senza significato.

Tuttavia, un sospetto questo sogno me lo ha fatto venire, per il modo in cui si è sviluppato, per la sua impronta sui pensieri da sveglio, ancora adesso dopo (ormai) molte ore.

Un sospetto. Una sensazione.

Diventare padrone di me, del mio ruolo, dimostrarmi consapevole del perimetro di doveri e reticenze dove è giusto restare, e farlo in un sogno. In un sogno così. In un sogno che non è niente, non ha senso, non significa nulla. Ma è comunque qualcosa: la picccola, strisciante malinconia con cui dovrò vedermela oggi. E chissà per quanto ancora.

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