Vite sospese e cartine di tornasole: I fratelli Michelangelo

Ne I fratelli Michelangelo leggiamo quattro anzi cinque storie. Storie che convergono seppure parallele, intrecciate però isole. Storie che si srotolano a partire da una nitida dispersione emotiva e affettiva, uno sfilacciarsi di legami in cui senti echeggiare la crisi di senso e approdi di quest’epoca post-ideologica. La quinta storia di cui sopra si compone attraverso le altre, ne è il legame, il presupposto e in qualche modo la nemesi (preventiva): è quella di Antonio Michelangelo, ingegnere, scrittore di un solo romanzo, regista (ho anche pensato – sbagliandomi di brutto – che il nome potesse alludere a Michelangelo Antonioni) di un solo film, incisore, filosofo, insomma artista post-post (quindi neo?) rinascimentale, tutte opere le sue assai celebrate, tanto da renderlo tra i Sessanta e i Settanta, personaggio di spicco e poi – ahilui(?) – di culto. Di culto perché da ogni ruolo, riluttante, si è sottratto, non ha battuto il ferro caldo, non ha cavalcato l’onda. Si è sottratto per dedicarsi al… cercare. Cosa? Forse – forse – una risposta alla domanda: “è tutto qui?” Un sottrarsi che è, ovviamente, anche una fuga: è marito, amante, padre, manager d’azienda, artista e guru fuggitivo. Uno che costantemente cerca e abbandona: anche spiritualmente. Che ha lasciato dietro di sé famiglie e vite ferite. Sospese. In bilico.

Tutto ciò è la premessa che innesca il meccanismo narrativo, ed ecco la parte difficile di un romanzo che rischiava molto, a livello progettuale. In primo luogo d’essere eccessivo. La missione è infatti quella di raccontare in flashback la storia di quattro fratelli – figli di Antonio – dalla vita recisa, perché perduti rispetto al padre e tra di loro, persino (quindi) dentro di sé. Ecco il capo della miccia: in un giorno di giugno del 2007 Antonio convoca i figli, con una lettera sibillina, a Saltino, Vallombrosa. A far cosa? Perché? Non si sa. Tuttavia, per motivi diversi e non scontati, i quattro decidono di accettare. Tra di essi, Enrico scopre solo in questa circostanza di avere dei fratelli, cosa che del resto vale per gli altri nei suoi confronti.

Il racconto delle rispettive vite – quello che li ha condotti fino a questo appuntamento al buio – si srotola con un senso di vertiginosa predestinazione, ed (eppure) è credibile, disincantato, elettrico, crudo, acuto. Santoni è abile a variare il tono e l’angolazione così da adattare – rendendola, come dire, mimetica – la scrittura al personaggio narrato, riuscendo a fare di ognuno una peculiare cartina di tornasole del passato collettivo recente, quello che dai famigerati (oppure no) Eighties ha visto la crisi e la frammentazione degli appigli ideologici, delle utopie politiche e spirituali, delle pianificazioni economiche e (ancor più) ecologiche.

Sono dei millennials, i quattro, a differenza della quinta sorella, la primogenita Aurelia, cinquantenne (circa), medico, che ha saputo mettere tra sé e l’assenza del padre – la ferita dell’abbandono – una vita solida, definita, senza ritorno. Non a caso è l’unica che non risponde alla convocazione. Lei la più individuo, la più integrata.

I quattro personaggi (i fratelli Michelangelo) si raccontano (predomina la prima persona) con un’agilità tortuosa e vivida, ne escono diversissimi eppure uniti da una specie di camera di decompressione sorda tra se stessi e la completezza del diagramma emotivo e affettivo, come se un elemento sfuggisse sempre, determinando squilibrio, tensione, una scoscesa gravità di ricerca. Sembra di leggere quattro romanzi di formazione interrotti, parziali, sbilanciati su un vuoto che starà poi all’enigmatico (spesso sfuggente, talora istrionico: vedi come tratta delle escursioniste colpevoli d’essersi intromesse nella sua “messinscena”) padre affrontare, in un ultimo capitolo che tira le fila con fatalità assieme estatica e luciferina. Inducendo nel lettore, tra le altre cose, un dubbio: e se i fratelli cui si allude nel titolo non fossero i quattro millennials ma Antonio e il più grande Abramo, riapparso dalla disastrosa campagna di Russia con un carico di prodigio (perché creduto morto, e quindi “risorto”), di mistero (cos’è accaduto nei mesi di assenza, quando gli altri reduci rientravano e lui no?) e una preziosa, inesplicabile saggezza che di fatto innescherà tutte le “anomalie” successive?

Dopo gli eccellenti ibridi tra saggio e fiction (Muro di casse e La stanza profonda, dedicati alla cultura rave e a quella dei giochi di ruolo) e dopo il fantasmagorico divertissement de L’impero del sogno, Vanni Santoni approda a quello che sembra il tipico romanzo “della maturità”, più denso ed esteso, scritto con autorevolezza e disinvoltura, con l’agilità delle ispirazioni urgenti e radicate, letteralmente abitato di citazioni e sguardi su quello ieri che si è consumato lasciandoci a fare i conti con la sua scia sconcertante e problematica. Un romanzo attraversato da correnti culturali sotterranee, zeppo di sfaccettature sulle quali riflettere e riflettersi. Infine, anche un romanzo divertente.

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