Pinocchio e la zampa

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Mio figlio ha preso in prestito Pinocchio dalla biblioteca della scuola. Ogni sera ne leggiamo due, tre, a volte anche cinque capitoli. Durante il quattordicesimo, quello dell’incontro con gli assassini, ci imbattiamo in questo passaggio:

Allora l’assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, provò a conficcarglielo a guisa di leva e di scalpello fra le labbra: ma Pinocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò; e figuratevi la sua meraviglia quando, invece di una mano, si accòrse di avere sputato in terra uno zampetto di gatto.

Mio figlio sgrana gli occhi, mi guarda. Si aspetta qualcosa. Allora inizio a ridere. Sinceramente. Rido di un riso che non nasconde la sua origine nevrotica, il suo sottofondo di ripulsa e orrore. Ride anche lui, e proseguiamo. Seguiamo Pinocchio che fugge, inciampa, si rialza, scavalca un fosso, bussa disperatamente a una porta, viene catturato e, infine, impiccato.

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Nutro un’ammirazione totale per Pinocchio. Ogni volta che lo leggo rimango incantato e sconcertato dal dinamismo vertiginoso, dalla brillantezza cruda dei dialoghi, dalla proditoria noncuranza con cui gli eventi si susseguono definendo un paradigma picaresco, comico e toccante.

Mi piace, Pinocchio, perché appena oltre il limite dello spazio narrativo, lì dove finisce la dimensione letteraria, scorgo il buio della paura, della precarietà che strizza lo stomaco, degli eventi che precipitano e ti schiacciano a terra, della Natura assai più matrigna che madre. Non c’è via di fuga, nessuna reale liberazione: emerso nel ventre fioco della botteguccia di Geppetto, il burattino si espone a mille disavventure, angherie, soprusi, mutilazioni, metamorfosi, il tutto per una inveterata refrattarietà alle regole. Perché è una “birba della peggior specie”, certo, ma anche per una specie di purezza che lo muove a definirsi come individuo entro le strette pastoie del consesso sociale, rese ancora più anguste dalla bassissima estrazione sociale. E non ne esce davvero. Alla fine non avverti alcun senso di “happy ending”: nel suo farsi bambino, il burattino ha perduto più di quel che ha guadagnato. Il lieto fine è una resa.

Amo Pinocchio perché gioca con una paura letteraria che munge la paura profonda dal ventre del pinocchio-illustrated-by-carlo-chiostri-2-1280x635reale. Le sue simbologie ferine sono incubi con indosso il vestito buono delle metafore. I personaggi “umani” sono maschere impregnate di grottesco. Ma tutto ciò non rende la storia meno divertente, ammaliante, fiabesca.

Nello sguardo di mio figlio – sette anni (e mezzo) – che attende con una certa ansia una mia reazione alla macabra scena di Pinocchio che stacca con un morso la zampa del Gatto-assassino, c’è tutto il senso – l’eredità – di un’abitudine alla narrativa infantile normalizzata, profilattica, rassicurante, depurata dalle scorie del mistero, dell’inesplicabile, del perturbante. La tentazione di tirare in ballo i concetti di weird e eerie è forte, tanto più che il tipo di inquietudine che provavo da bambino leggendo Pinocchio (e, in parte, guardando il bellissimo sceneggiato televisivo di Comencini) l’ho poi provata in forma opportunamente evoluta ma sostanzialmente simile con Poe, con Lovecraft, con Carroll, con certi Urania, con Gibson, con Carpenter, con Lynch, eccetera.

Le_avventure_di_Pinocchio-pag217Credo che il punto sia questo: educare i bambini a un fantastico senza mistero, senza minaccia, senza il buio e la paura in attesa (in agguato) appena oltre l’ambito narrativo, significa in qualche modo abituarli a una narrativa (a storie) senza realtà. A una realtà senza storie, senza risvolti, senza contraddizioni, senza inganni, senza complessità. Senza realtà.

Per questo voglio così bene al burattino di Collodi, quel replicante ante-litteram che ha messo generazioni su generazioni di fronte all’enigma insidioso della rettitudine, del conformismo, del conflitto tra libertà e responsabilità, tra vita e Natura. Pinocchio è stato la mia prima rockstar, anche se non poteva saperlo lui, e non potevo saperlo io.

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