Auguri (necessari) WWW

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Come ci ricorda puntualmente Google, 30 anni fa – il 12 marzo 1989 – nacque il World Wide Web. Una “nascita” fatta convenzionalmente coincidere con la presentazione del documento Information Management: a Proposal di Tim Berners-Lee e Robert Cailliau, nel quale veniva illustrato il progetto di un software per mettere in comunicazione i dipartimenti di ricerca del CERN. Conteneva già in nuce gli standard e i protocolli che avrebbero reso possibile il WWW, tanto che nel giro di due anni lo stesso Berners-Lee fu in grado di mettere online il primo sito web. Il resto è Storia.

Di quel Big-Bang siamo lontani dal vedere esaurita la forza espansiva, ma i motivi per fare bilanci parziali non mancano, laddove “parziali” può significare sia “non esaustivi”

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che “di parte”. Il web mi ha investito come ipotesi realistica quando ero ventenne (quel famoso giorno di trent’anni fa stavo consumendo il mio anno di leva obbligatoria) e come evento reale intorno ai trenta: l’ho quindi affrontato con spirito già abbastanza maturo, ovvero maturato in un contesto che potrei tranquillamente definire analogico, tuttavia disposto ad accogliere la novità del “digitale condiviso” come una eventualità auspicabile. Anzi: come una cornucopia di possibilità formidabili, di espansione progressiva, di prassi rivoluzionarie. Tra i molti apocalittici, ero un entusiasta del web, e per molti versi continuo a esserlo.

All’epoca in cui divenni a tutti gli effetti internauta – introdussi la linea a 54k casalinga nel ’99 – le ore passate sul web coincidevano perlopiù con una navigazione febbricitante. Navigare, già: si usava dire così. “Navigo una mezz’oretta”, dicevo a mia moglie per avvisarla che nei successivi trenta minuti (o due ore) il telefono di casa non sarebbe stato

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disponibile (a meno che non si possedesse la doppia linea ISDN, che implementai solo nel 2002). Navigavo (navigavamo) con gli sguardi prensili e il mouse frenetico via Netscape, uno dei primi browser graficamente evoluti, nato nel ’94 e deceduto nell’ormai (già) lontanissimo 2008. Quel navigare significava consegnarsi alle possibilità, al pelago delle risorse. Cercav(am)o, certo, grazie ai search engine, Yahoo in primis, già assediato e presto travolto da Google.

La navigazione procedeva e sembrava acquistare senso grazie a click dettati da un’intenzione primaria ma soggetti a suggestioni momentanee, non (del tutto) pianificate. Era davvero un “navigare”, la rotta era tracciata però soggetta a beccheggi e deviazioni, un procedere molto più rapsodico di quanto preventivato ma comunque mirato alla scoperta, all’avventurarsi scoprendo. Al netto di tutto il porno che fin da subito rappresentò il vello d’oro per la maggioranza dei cercatori/argonauti – determinando prassi che, cortocircuitando ormonali, ponevano le basi di architetture prevedibili e percorsi chiusi (contribuendo comunque in maniera significativa a definire e perfezionare standard) – al web in quei primi anni sembrò connaturata un’ebbrezza di disponibilità che eccedeva la curiosità, carburandola.

A livello istituzionale, l’immagine delle “superautostrade dell’informazione” – utilizzata entusiasticamente da Al Gore nella campagna elettorale che gli guadagnò lo scranno di vice-presidente nell’amministrazione Clinton – sembrava del tutto mimetica a questa visione progressista/progressiva di un web come realizzazione della disponibilità e simultaneità di tutto lo scibile, verso cui tendere (salpare) per l’accesso a un livello superiore di conoscenza (nel senso più vasto e intrecciato possibile) e quindi, forse, di civiltà. Si trattava appunto di un’immagine e di una campagna elettorale.

Dopo tre decenni, del web cosa resta? Ho motivo di credere e temere che il web rischi di passare alla Storia (anche) come una rivoluzione abortita, soffocata da strati di sovrastrutture successive che ne hanno formattato le potenzialità in senso social. Il web non esiste più nella percezione collettiva, sostituito dalle interfacce che sono pur sempre strutturate sul web ma del quale riorganizzano pesantemente le funzioni, tracciando perimetri di accesso e scopo, determinando scomparti e percorsi obbligati (una parcellizzazione via app) come in un parco divertimenti o in una sconfinata Ikea.

Le piattaforme social – perché di quello stiamo parlando – hanno rapidamente formattato il web a propria immagine e somiglianza, soffocando nel “navigatore” l’idea stessa del navigare. Alla ricerca attiva – sia pure labirintica e contorta per abbondanza di connessioni e percorsi risolutivi – si è sostituito un procedere sensazionalistico, uno scivolare privo di attrito (e spesso anche di obiettivi minimi), alimentato da scocche istantanee di attrazioni ingegneristiche.
Contenuti e connessioni (qualcuno ricorda ancora l’eccitazione che provocò il concetto di ipertesto?) sono entità sempre più indistinte, amorfe, non significative per i “nativi digitali”, che sono (nativamente) disabituati a cercare, a navigare, a connettere.
Quella che all’epoca mi sembrava – e continua a sembrarmi – una straordinaria opportunità, un deposito vastissimo e in espansione verso cui orientare gli interessi e impegnare la volontà organizzatrice per ricavarne informazione, divertimento, cultura, è oggi e sempre più un’appendice esistenziale da cui ricevere input e stimoli e così alimentare il Barnum del clickbaiting.

In trent’anni, come era prevedibile, il web si è evoluto moltissimo: divorando se stesso. Tanti auguri.

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