Mapplethorpe e il naturale splendore

La signora entrò nel museo subito prima di me. Ricordo il candore dei suoi capelli, il suo cappotto lungo, chiaro. Teneva per mano una bambina, di forse dieci anni. Rappresentavano l’iconografia perfetta di nonna e nipote, buona cultura, estrazione sociale medio alta. Le adorai fin dal primo istante. E, ovviamente, mi riempirono di perplessità. Cosa ci facevano, mi chiesi, quelle due a una mostra dedicata a Robert Mapplethorpe?

Fu così che la mia visita a quella splendida mostra organizzata dal Museo Pecci di Prato, divenne anche un inseguimento, il tentativo da studiare le reazioni di quella coppia, la cui presenza giudicavo del tutto incongrua al contesto. Fu una grande lezione.

La dignità della signora, la serenità del suo volto mentre spiegava alla bambina i motivi per cui fiori e membri maschili si alternavano con disarmante nitore a definire una dimensione di splendore naturale, di meravigliosa crudeltà, beh, non l’ho più dimenticato.

Trenta anni fa Mapplethorpe moriva, fu una delle vittime del “morbo dal secolo”, tra le più emblematiche. Le sue immagini di corpi, fiori e rockstar, quello scolpire carni e ombre, gli sguardi che implodono nella propria stessa vertigine, gli orifizi che diventano crepe metaforiche, tra indizi della più blasfema santità, fanno parte di me in modi che non ho mai ben decifrato, ma a cui non smetto di tornare.

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