Silenzio (Mark Hollis 1955-2019)

C’era qualcosa di famelico negli articoli che descrivevano Mark Hollis come “il nuovo John Lennon”. Si trattava però di una fame comprensibile: non erano passati che quattro anni dall’omicidio dell’ex-Beatle, la videomusica stava decretando forme di divismo pop-rock strutturate su un sensazionalismo iconografico croccante e patinato, che soprattutto le star navigate dei Sessanta e Settanta (Bowie, McCartney, Phil Collins, Tina Turner, Michael Jackson…) dimostravano di saper padroneggiare benissimo.

All’apice di un successo – quello del loro secondo album It’s My Life – che rese di colpo i Talk Talk una delle band di punta della scena inglese, Hollis si distingueva per l’angolazione arguta delle interviste, per il naturale antidivismo, per l’aspetto da intellettuale disincantato, sfuggente e anche un bel po’ dissacrante. “Il nuovo John Lennon”: lo lessi su più riviste, non ricordo quali. All’epoca divoravo Il Mucchio Selvaggio, Tuttifrutti, Ciao 2001, Rockerilla, in loro riponevo molta della mia dotazione di tipica fiducia adolescenziale. Ma quando leggevo “il nuovo Lennon” riferito a Hollis, vacillavo. Perché no, mi dicevo, non lo è. Oppure sì, ma un suo negativo, un fotogramma sfuggente, da carrellata laterale.

Dopo un The Colour Of Spring benedetto da almeno due grandi singoli ma che già faceva implodere la fauna sonora a un livello più misterioso e inafferrabile, i Talk Talk esplorarono con Spirit Of Eden territori blues, folk e jazz sospesi in una dimensione sempre più complessa, una mediazione sconcertante tra impeto e rarefazione che fece imbufalire la EMI, spiazzata dalla la sostanziale invendibilità del “prodotto”. Una direzione ribadita da quel Laughing Stock che nel 1991 era già pienamente (e meravigliosamente) post-rock. Ammetto di averli persi di vista, a quel punto. Così come non intercettai subito, nel 1998, dopo sette anni di silenzio e a band oramai evaporata, l’album solista e omonimo di Mark Hollis. Con il quale ci regalò un segnale inatteso: il suo congedo. Una programmatica e definitiva dissolvenza in bianco.

hollis

Dopo quel disco, di Hollis non abbiamo saputo praticamente più nulla. Anche Lennon, a metà anni Settanta, scomparve. Ma si trattò solo di una pausa, era impossibile per lui eclissarsi del tutto. Fu una scelta clamorosa, certo, che lo vide per un lustro dedicarsi all’attività di padre, una parentesi di decompressione prima di un rientro sulle scene che si sapeva inevitabile: e che Mark David Chapman pensò subito di cancellare con quattro colpi di pistola. Altre sparizioni celebri furono quelle di David Bowie e Scott Walker, ad esempio, diversissime però rispetto a quella di Hollis per motivazioni, dinamiche, esiti. Forse l’unico iato altrettanto inappellabile e per molti versi simile fu quello di Syd Barrett, ingoiato da una quotidianità irreversibile che però sappiamo essere stata una strategia di sopravvivenza, il bozzolo protettivo di una mente ormai fragilissima, un accartocciarsi – ahilui, ahinoi – patologico.

Nella dissolvenza di Mark Hollis ho sempre avvertito invece una coerenza strutturata e profonda, in perfetta continuità con il suo percorso espressivo: quel suo non esserci (più) sembrava – era – la propaggine consequenziale e reale dell’artefatto sonoro, la prosecuzione di quel silenzio su cui galleggiava il suo disco solista e che sostanziava le ultime prove targate Talk Talk, ne costituiva lo sfondo, era la materia fondante e nutritiva su cui palpitavano le partiture, le pennellate timbriche, i fonemi. Mark Hollis ci ha riservato venti anni abbondanti di silenzio concreto e ideale, quello necessario ad ascoltare, comprendere, decifrare il meraviglioso non-silenzio prodotto in circa venti anni di carriera. Ci ha insegnato un silenzio di cui stiamo perdendo il codice. Ha certificato il valore enorme della sua musica liberandola da qualsiasi forma, lasciando che si disperdesse in una realtà affollatissima, terrorizzata dall’assenza, dagli spazi vuoti tra i segni che dovrebbero invece garantirci il respiro, il perimetro del nostro esistere.

Non finiremo mai di ascoltarlo, e sarà il suo regalo.

Cold
Burnt out
And fear you are
Gone
And now the shade

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