Stridore Paisley

3x4-paisley-underground

Non mi sono informato più di tanto, ho evitato di leggere cartelle stampa, anticipazioni, recensioni. Ho soltanto gioito, diciamo così, quando ho saputo dell’uscita di questo disco. Poi: l’ho ascoltato.

Ed ecco, ecco, non so le motivazioni che lo hanno mosso, gli obiettivi, le – perché no? – ambizioni, però mi piace pensare che si tratti anche di una risposta, la miglior risposta possibile alla classifica di Pitchfork relativa ai migliori 200 album degli anni Ottanta, dalla quale tra le altre assenze più o meno clamorose spiccava (anzi: strideva, almeno per il sottoscritto) la pressoché totale mancanza di titoli riconducibili al Paisley Underground. Una risposta, sì. O, se preferite, un onesto, appassionato, inequivocabile vaffanculo.

3 X 4 (pubblicato dalla Yep Roc Records) si basa su un’idea tanto semplice quanto accattivante: prendi quattro band e inviti ognuna a realizzare tre cover scelte dal repertorio delle altre. Il risultato è una dozzina di pezzi che intrecciano calligrafie diverse per raccontare angolazioni particolari di una “scena”, una dimensione espressiva, un impasto di contingenza storica e segni sonori che quel tempo lo tratteggiano e lo oltrepassano. Il Paisley Underground, appunto, quel germogliare desertico e acido che ulcerò gli strati sepolti del decennio edonista, un fenomeno segnatamente californiano e in particolare losangelino che rifiutava le sonorità mainstream dell’epoca (sapete di cosa parlo) per recuperare il cuore in tumulto dell’Americana risalendo vene letterarie più o meno epiche, più o meno problematiche, a forza di strattoni garage-punk e acid-rock.

Tra quel manipolo di band – che annoverava tra gli altri Thin White Rope, Green On Red, Giant Sand e Naked Prey – almeno quattro sono ancora (o sono tornate) in attività, e sì, avete indovinato, sono proprio le protagoniste di questo album.
Ovvero: le Bangles col loro piglio romantico e lancinante, la spigolosità scossa e ombrosa dei Dream Syndicate, lo sfrigolio ipnotico e teso dei Three O’Clock, infine i Rain Parade, quelli dalla visione sonora più espansa, non a caso autori a mio avviso delle tre riletture più convincenti (As Real As Real, Real World e una fluviale When You Smile).

Questo disco però va preso tutto insieme, è un cerchio magico, una bolla spazio-tempo che sversa e contiene senza sosta il senso di un passato che non può essere archiviato, perché ci vive dentro, perché ancora racconta storie in cerca di epilogo (un epilogo magnetico e inafferrabile).

Ed è anche, questo disco, una mano sbattuta sul tavolo, un segno di persistenza, di resistenza. È la chitarra che si schiarisce la gola e riprende a parlare, ricomincia un discorso troppo profondo e intriso di implicazioni per dirsi chiuso, esaurito, consegnato a un passato solido e inerte, a un catalogo di parti utili da impiegare al bisogno per espedienti pop da passerella.

Il suono chitarristico si innescò ed esplose nei lontani fifties per una congiuntura eclatante che oggi ovviamente non è più. Eppure sopravvive sotto strati di fenomeni diversi, pesantemente evoluti, sempre più e inesorabilmente pianificati. Sopravvive come vibrazione marginale e sotterranea, in un senso diverso ma simile a quello che era già trent’anni fa del Paisley Underground. Sì, la chitarra può avere ancora senso, lo ha ancora.

Ascoltate questo disco, amici miei. Ascoltatelo, cazzo.

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