Il dirigibile e il cestone

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C’era questo negozio indecifrabile. Potevi trovarci abiti, accessori, biancheria, detersivi, cosmetici, giocattoli. E audiocassette. Fu inaugurato in sordina in una zona periferica della città in cui vivo, nella prima metà degli anni Ottanta. Non sopravvisse abbastanza per vedere i Novanta. In quei pochi anni mi e capitato spesso di andarci. Amavo farci un salto il martedì o il mercoledì pomeriggio, nell’ora morta tra quel po’ di studio e il bighellonare serale al bar prima di cena. C’erano pochissimi clienti, in quei pomeriggi. Quasi nessuno, in quello stanzone sterile, a calpestare le mattonelle grandi, bianche, lucide. In pratica, eravamo io e il cestone – sì, il cestone, come negli autogrill – delle audiocassette. Tutte in special price, dalle tre alle cinquemila lire. Non ho mai capito come ci finissero, quali canali percorressero per arrivare fin lì, nel cestone, rivolte a una clientela formata perlopiù da casalinghe in cerca di flaconi di anticalcare a metà prezzo e magliette da battaglia per figli irrequieti.

Tra le cassette che trovai in quel cestone, ne ricordo alcune leggendarie: Re-Actor e Time Fades Away di Neil Young, Selling England By the Pound dei Genesis, Tubular Bells di Mike Oldfield, Adventures dei Television, e poi Donovan, Harry Nilsson, Lou Reed, Sam & Dave, Marvin Gaye… Incredibile? Sì, sono d’accordo: incredibile. Ogni volta che uscivo dal negozio, provavo una gran voglia di correre a casa per ascoltare i frutti della mia ricerca, voglia a cui si accompagnava una nitida sensazione d’improbabile e persino di usurpazione, come se avessi forzato indebitamente i confini della consuetudine, come se mi fossi sporto troppo oltre i margini di ciò che è auspicabile, ragionevole. Il massimo di questa contorta mischia emotiva credo di averlo raggiunto il giorno che dal cestone pescai il primo album dei Led Zeppelin.

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Di loro conoscevo il celeberrimo IV, per gli amici ZoSo, che un compagno di classe (ovvero: suo fratello maggiore) mi aveva registrato su mia gentile (ovvero: supplichevole) richiesta: album ovviamente enorme, il IV, ogni pezzo – da Black Dog a Stairway to Heaven passando da Rock’n’Roll, Misty Mountain Hop e The Battle Of Evermore – una pietra miliare, segno di una cifra stilistica posizionata in equilibrio prodigioso è ottundente tra folk, blues e rock. E invece, quell’album d’esordio? Fu un mezzo shock. Fu come rinculare in una grotta tra paure, allucinazioni e ossessioni fuori corso, obsolete, ataviche.
Il punto è che: non ero preparato.

Da tredicenne sostanzialmente metallaro, dedito a escursioni saltuarie nell’hard rock dei 70s (Black Sabbath, Deep Purple e poco altro), l’ascolto di IV aka ZoSo mi aveva spinto a collocare i Led Zep su un piano assai simile. Certo, Page e compagnia erano maggiormente orientati in direzione folk, appunto, ma giusto quel po’, quanto bastava per complicare e nobilitare la trama, ad uso di un pubblico sempre più “adulto’. In fondo, vedevo i quattro Zeppelin come cari zii post-fricchettoni, tosti sì ma pur sempre cresciuti all’epoca del peace and love, cos’altro potevo attendermi da loro? Ebbene sì: ero solito fare air guitar con Iron Maiden, AC/DC e Judas Priest, e intanto trattavo con sufficienza zio Page, zio Iommi, zio Blackmore, eccetera. Pensavo che il principale merito di quanto di buono era stato concepito musicalmente nella cuspide tra i favolosi 60s e i più truci 70s, fosse l’aver posto le basi (elettriche e dure) per le meraviglie metal di quei taglienti 80s. Ed è in una simile disposizione mentale (di cui non mi vergogno se non nei momenti di massima lucidità) che finii per imbattermi nel – o per sbattere contro al – disco d’esordio dei Led Zeppelin. Accadde grazie al cestone di un mini-market a basso prezzo destinato a non lasciare tracce significative nelle esistenze e nella memoria dei miei concittadini (ho chiesto in giro: nessuno se ne ricorda).

Più avanti avrei contestualizzato questo disco, lo avrei inserito in quel flusso di rielaborazione blues avviato in terra inglese fin dai primi sixties, una rielaborazione non priva di fregole puriste, talora al limite dell’integralismo. Disco tuttavia la cui aura cupa, caliginosa e persino maligna traeva origine da un incrocio di attitudini e sensibilità peculiari, già rivolte al disfacimento della scenografia ideologica (e idealista) che sosteneva e sostanziava il ribollire musical-culturale dei Sessanta. Un’aura, questa, che mi avrebbe sempre stordito, inquietato, soggiogato (contestualizzazione o meno). Lo fa ancora oggi.

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L’incalzante How Many More Times, le torride I Can’t Quit You Baby e You Shook Me (entrambe di Willie Dixon), il rovello magmatico di Dazed And Confused, la vertiginosa Communication Breakdown, lo struggimento viscerale di Baby I’m Gonna Leave You: mentre ascoltavo, il tredicenne che era in me si specchiava in cortine fumogene cupe sulle quali faticava a trovare appigli. Quei blues sovraccarichi ma rigorosi, carnali e devastati, mi facevano sentire spaventosamente spaesato. Ascoltandoli, mi sentivo minacciato. Ed eccitato. Deluso nelle aspettative, ma insidiato da prospettive impreviste. Me ne innamorai.

Quella cassetta andò avanti un paio d’anni, poi iniziò a cigolare. Poi si bloccò. Divenuta inutilizzabile, non l’ho mai gettata. L’ho perduta, ahimé, durante il mio secondo trasloco, sei anni fa (no, non piango al pensiero, quasi mai, almeno). Se adesso, qui, volessi premere sul pedale del mito, direi che prima dell’inceppamento ebbi modo di ascoltarla almeno duecento (200) volte. Verosimilmente però non sono andato oltre le centocinquanta (150). Poi venne il cd, e a quel punto – perdonatemi – ho perso il conto.

Posso tuttavia contare su altri numeri, più certi: innanzitutto, ci sono i cinquanta (50) anni passati dalla pubblicazione (negli States) di questo disco. Proprio così, mezzo secolo fa, il 12 gennaio 1969, avvenne l’esordio discografico dei Led Zeppelin. Da allora, di anni ne sarebbero passati quattordici (14) prima che mi capitasse di scoprirlo, in forma di audiocassetta, dentro a quel cestone così incongruo, così estemporaneo e così amato. Ne sono passati altri trentasei (36, cazzo) da allora. E questo è tutto ciò che ho da dire sui bastardi incantesimi del tempo.

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4 pensieri riguardo “Il dirigibile e il cestone”

  1. Un bel tuffo nel nostro passato, non c’è che dire.
    I quattro Zep registrarono un album epocale che non ha perso nulla in termini di tempo.

    P. S.
    Ti sono scappati dei tasti: anna e pers9no… 😊
    scusa se te lo facc notare. Grazie.

    Piace a 1 persona

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