Nuvole

de-andre

I dischi hanno questo di bello: seguono i loro percorsi, tracciati dalle intenzioni degli autori, ma assieme a questi disegnano altre traiettorie, fantasmi di strade, escursioni non pianificate, corollari impronosticabili. Sono pur sempre percorsi musicali, certo, che però s’intrecciano ai percorsi della Storia e inciampano nelle storie, nelle vicende di chi ascolta.

Se c’era una cosa che avvertivo con chiarezza nei primi anni Novanta, era la voglia anzi il bisogno di lasciarmi alle spalle le prassi e le forme mentali del cosiddetto decennio edonista. Provavo perciò attrazione per tutto ciò che sembrava intenzionato a rendere più intenso il livello dell’analisi e dell’emozione, a recuperare in qualche modo e in qualche senso un rapporto più autentico con lo stare al mondo, tra le cose del mondo. Mi sentivo irresistibilmente attratto da libri, film, dischi che sembravano stabilire una connessione profonda con quei giorni, a decifrare il presente e a interpretare i sussulti (quasi mai chiari) dell’imminente.

nuvoleSe dovessi indicare il disco che più fece coincidere e compenetrare la dimensione musicale e quella civile, senza sacrificare un aspetto per l’altro anzi lasciando che si nutrissero a vicenda, sceglierei senz’altro Le Nuvole di De André. Otto canzoni che si muovono tra forme popolari, citazioni colte e un folk-rock stridente, ricco, misterioso (molti meriti per le musiche vanno al grande Mauro Pagani). Mistero che pervade La Domenica delle Salme (col suo carosello di allusioni e simbologia sferzante), cui fanno eco i quadretti sarcastici e impietosi di Ottocento, Megu Megun e Don Raffaé, o la pietas cruda di ‘Â çimma e Monti di Mola. Italiano forbito, napoletano, genovese, gallurese: De André (coadiuvato per i testi da Ivano Fossati e Massimo Bubola) si immerge nelle realtà che rappresenta, ne assume la forma a partire dalla lingua, vista come suo sembiante sonoro e riflesso mimetico.

Leggevo molti quotidiani all’epoca. Tentavo di ricostruirmi una consapevolezza recuperando libri e vecchi periodici in biblioteca. Inseguivo film e documentari perduti nelle programmazioni televisive notturne. E ascoltavo questo De André che sul finire della carriera (e, ahinoi, della vita) continuava a mettere in croce la coscienza del presente, senza assoluzioni, senza riguardo, con lucidità affilata da una passione intransigente.

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