Eternità

bowie-1966

C’è la nausea, e c’è la suoneria del telefono. Si fanno largo, prendono posizione nel buio. La suoneria mi dà la nausea. La nausea è la suoneria del telefono.

Apro gli occhi. La suoneria è reale. Respiro. Ingoio la nausea. Prendo il telefono e scopro che il rompicoglioni delle 8 e 10 è Paolo. “Cazzo vuole”, penso. Rispondo.
– Che cazzo vuoi, è domenica.
– Lo sapevo che dormivi.
– Eh.
– Gianca, c’è una notizia. Grossa. Enorme.
Premo il pollice e l’indice sulle palpebre, li ruoto piano. La voce di Paolo è strana.
– Chi è morto stavolta?
Lo sento esitare, poi fa una risata breve e asciutta, quasi isterica.
– Tutto il contrario, Gianca.
– Ah.
– Guarda, preferisco non dirtelo. Adesso riattacco, tu apri un sito qualsiasi, ne parlano tutti. Richiamami, quando ti sei ripreso.
– Va bene.
– Aspetta un secondo, dimenticavo la cosa più importante: controlla la cassetta della posta. Quella fisica, intendo.
– Che controllo a fare, è domenica, Paolo.
Ha già riattaccato.

Sono seduto al tavolo, in cucina. Indosso ancora il cappotto sopra il pigiama. Tremo. Sono sceso in ciabatte, senza calzini. Fuori il cielo è di un celeste radioattivo, c’è quel sole bianco latte che prova a farti dimenticare tutti i gradi sotto lo zero, senza riuscirci. Al freddo sono bastati trenta secondi per aggredirmi, il tempo di raggiungere la cassetta della posta, aprirla, afferrarne il contenuto e rientrare. Ho risalito le scale velocemente, senza pensare alla busta, stretta nella mano destra. Ho chiuso il portone alle spalle e l’ho aperta, lì in piedi nel corridoio. Ho sbirciato dentro. A quel punto ho deciso di venire in cucina e caricare la moka. Ho acceso il fornello, mi sono seduto. Il freddo c’è ancora, sale dai piedi alle caviglie, sembra voler portare a termine una sua logica di conquista progressiva. Ma non è per quello che tremo.

Su Rainews è la notizia principale, ma di fatto non hanno nulla da aggiungere: c’è il fatto, nessun altro dettaglio, e c’è un groviglio di speculazione sensazionalistica, perlopiù incompetente. Passo da un sito all’altro sul telefono, verifico le reazioni sui social, ignoro le e-mail, le chiamate – ho silenziato la suoneria – e i messaggi. Mi sembra di essere tornato a quel giorno di cinque anni fa. Filtrare è impegnativo, le rilevanze sulla rete iniziano a diventare un rumore indecifrabile. Digito le ricerche con fatica, devo proprio decidermi a comprare uno di quegli assistenti vocali del cazzo. La busta è sul tavolo, priva di timbri o marchi, del tutto anonima. Ho da sempre un problema con le buste: non riesco ad aprirle. Tecnicamente si può dire che le straccio, e pazienza se il contenuto fa la stessa fine. Questa però l’ho aperta con cura, guidato da una specie di timore. All’interno ho trovato una custodia in cartoncino con dentro un cd. Nient’altro. La custodia è bianca, con al centro una piccola immagine: la sagoma stilizzata di due delfini. Sulle prime non avevo notato la scritta in alto, di un bianco appena più sporco del bianco di sfondo: “White Rats”. In calce, a caratteri più piccoli: “a new album by David Bowie”.

La moka gorgoglia, sibila. Mi muovo come se avessi le giunture di cartone pressato. Cosa c’entrano i topi coi delfini? Raggiungo il fornello, lo spengo. Verso il caffè nella tazza grande. Decido di zuccherare. Ed ecco che il telefono vibra di nuovo. Sorseggio il caffè, sbircio il display: è Paolo.
Rispondo.
– Ehi, Paolino. Eccoci qui.
– Lo hai ascoltato?
– No.
– Che aspetti?
– Tu, da me, cosa ti aspetti?
– Un pezzo. Subito. Anche prima di subito.
Sorseggio il caffè. Ho zuccherato troppo.
– Perché tanta fretta? Non volevamo distinguerci dal ciarpame? Fammi ascoltare con calma. Lui è morto. Oggi fanno esattamente cinque anni.
Paolo rimane in silenzio per qualche istante. Qualche istante di troppo.
– È quello che tutti pensano.
Riattacco. Spengo la tv. Finisco di bere il caffè e porto la busta, il cd e il mio corpo quasi sveglio e quasi non più infreddolito in salotto. Prendo carta e penna. Attivo l’impianto e faccio scivolare il cd nella fessura del lettore. Sul monitor prende vita una dissolvenza che riproduce la copertina dell’album: scritta bianco sporco su sfondo bianco. Nient’altro. A questo punto parte la musica. Mi metto in ascolto.
Ascolto.
Prendo nota, e ascolto.

È un gioco fin troppo scoperto. Quasi didascalico. Venticinque canzoni, mediamente brevi, alcune brevissime, per sessantanove minuti di durata complessiva. A cui seguono cinque minuti di silenzio prima di una frase secca: “nothing has changed”. La voce sembra quella di Bowie. Il telefono vibra di nuovo, per la quinta o quindicesima volta. È ancora Paolo. Stavolta decido di rispondere.
– Oh, Paolino. Hai finito con le stronzate?
– Gianca, lo hai ascoltato? Stavo per mettermi in strada per venire lì, se non fossero trecento cazzo di chilometri…
– Tu non lo hai ricevuto?
– No, solo un redattore per testata. Era ovvio che per Waverock lo ricevessi tu.
– In rete non si trova niente?
– Nulla. Cioè, qualcosa sì, ma di qualità audio schifosa. Gente che registra video con lo smartphone, il faccione estasiato mentre lo ascoltano. I soliti egocentrici merdosi. A quanto pare è impossibile rippare il cd. Almeno per il momento.
– Non è granché, Paolo.
– Il disco?
– Sì, è un carosello, una parata celebrativa, nostalgica. Le canzoni funzionano, qualcuna è anche buona, ma più che altro sembrano… Dei simboli. Ognuna si riferisce chiaramente a un album del Duca, ne riproduce lo stile, i temi, persino le sonorità. Come se fossero delle outtakes, ma ovviamente non possono esserlo. Procedono a ritroso, la prima è una roba vagamente free-jazz, molto cupa, alla Blackstar, la seconda un rock tosto e brillante tipo The Next Day, e così via, all’indietro. C’è la fase jungle, il pop anni Ottanta, la kraut wave, il soul androide, il glam, il folk fricchettone, fino a una sciocchezza da music hall che poteva stare nell’album d’esordio. Ah, ho fatto caso alla durata: sessantanove minuti, come gli anni che aveva al momento della morte. E cinque minuti di silenzio alla fine, come gli anni trascorsi dalla morte. Figata, eh?
– Va bene Gianca, tutto chiaro. Per quanto riguarda le canzoni, non me ne frega se sono buone o no. Mi interessa sapere cosa sono.
Mi stropiccio la barba sul mento. Lo schermo è ancora bianco. La scritta White Rats sembra ondeggiare, bianco sporco su bianco tremolante.
– Propenderei per delle fake, Paolo. Molto ben fatte.
– Dici che è come quel video di Lennon della scorsa estate? Un deepfake?
– Sì, se hai voglia di usare un termine modaiolo. Ma non ci sono video, al momento. Siamo in un ambito strettamente musicale, meno sensazionalistico, da appassionati. Magari è uno scherzo da nerd, boh.
– Il problema è che dobbiamo pubblicare qualcosa, Gianca. Dobbiamo prendere posizione.
– Non sappiamo neanche chi è il mittente.
– Gianca, la notizia gira da ore, e dalle fonti ufficiali di Bowie non è arrivata nessuna nota. Non si dissociano, quindi niente scherzo da nerd. È roba loro. O comunque sono coinvolti, in qualche modo.
– Paolino, cazzo, non sono canzoni autentiche. Non possono spuntare inediti di archivio così, dal nulla. Ne avremmo sentito parlare.
– E se fossero pezzi nuovi?
– Appunto.
– Intendo, canzoni incise per l’occasione. Da Bowie stesso.
Sorrido. Mi gratto le palle infreddolite. Inspiro.
– Intendi poco prima di morire?
– Sì. Anche se dubito che ne avrebbe avuto il tempo dalla scoperta del tumore in poi, tenuto conto che c’è stato Blackstar. Per me si tratta di un progetto meditato a lungo, Gianca. Forse da prima di The Next Day. Negli anni in cui era sparito dai radar, dopo l’infarto.
– Sai bene dove si va a parare così, Paolino. Non mi piace per niente.
– Perché?
– È morto. Fine dei discorsi.
– Pensaci, Gianca. Pensa al titolo del disco: White Rats. “Rats” è “star” al contrario. Il nero diventa bianco. Bianco come il Duca. Il ritorno del Sottile Duca Bianco, no? Il nero non è nero. Le stelle sono là fuori, bianche come topi. The Rats era il nome della band in cui militarono Mick Ronson e Woody Woodmansey prima di diventare Spiders From Mars. E poi i delfini in copertina: rimandano a quelli di “Heroes”, e sai tutta la simbologia che ci sta dietro…
– Smettila, Paolo.
– La smetto, ok. Il succo è questo: la morte non è morte. Bowie potrebbe avere simulato tutto per tornare dopo cinque anni, i fatidici five years. Potrebbe essere la sua più grande messinscena, la migliore della storia. La fake definitiva.
Riattacco. Paolo prova a richiamarmi subito, rifiuto la chiamata due, tre volte. Mi manda un messaggio: “faccio scrivere il pezzo a Sandro”.
Rispondo: “fanculo tu e sandro”. Poi aggiungo: “il minuscolo è voluto”.

Ho spento il telefono. Sto osservando il video bianco da mezz’ora. Ho fatto ripartire il disco, ma non lo sto realmente ascoltando. C’è qualcosa che mi sfugge, un dettaglio, un ricordo. Sono usciti articoli su articoli sulle testate online di tutto il mondo, e continuano a uscirne. Ne ho letti una ventina, poi ho lasciato perdere. Dal sito ufficiale di Bowie ancora nessuna conferma e nessuna smentita. Paolo ha ragione: è una cosa troppo grande per essere lo scherzo idiota di qualche fan. C’è questo disco, ci sono queste cazzo di canzoni. Alcune sono anche buone, molto buone. Alla fine poi c’è quella frase, come il segno del nastro che si riavvolge, la tensione esoterica del ritorno, una spirale da percorrere finché non ti rifletti nello spasimo di te stesso.

david-bowie2016

Con un brivido, ipotizzo: e se non fosse morto? Le sue ultime foto, quella con sullo sfondo un’orribile saracinesca, quella di lui alla prima di Lazarus: magrissimo, certo, ma sorridente. Brillante. Non sembrava uno che di lì a tre settimane avrebbe ceduto al cancro. E quella, proprio quella risata in faccia alla morte, mi era sembrata la sua più grande messinscena. La sua vittoria. Nessuno ha visto il cadavere. È stato cremato. Vaporizzato. Ingoiato dal nero, alla deriva nel vuoto. Come Major Tom.

Potrebbe essere stata tutta una simulazione? Un inganno? Ma soprattutto, perché sto concedendo credito a queste cazzate? Storia vecchia: lo si è pensato di Elvis, di Hendrix, di Jim Morrison. Non si accetta la loro morte, non quanto l’evidenza che la loro eredità sia ancora tanto viva, che anzi non sia mai stata così viva. E perciò li si sospetta vivi, li si immagina vivi, li si desidera vivi, oltre la stronza piattezza del senso comune. Oltre la banalità della percezione.

Il punto è questo: la percezione è mutata, si è evoluta. Si è estesa fino a coincidere con ciò che esiste. Fino a essere la realtà. La morte percepita è una morte reale. Esattamente come la morte non percepita può contenere tanta realtà da opporsi alla notizia della morte, alla morte reale ma non evidente. Può essere davvero accaduto? Forse quella che cinque anni fa mi era sembrata l’opera definitiva di Bowie, la produzione artistica del suo morire, il dominio dell’uomo-artista sulla morte, non era altro che il primo capitolo di un’opera più grande? La produzione della propria equivoca, inconcepibile, impronosticabile eternità?

Di colpo mi viene in mente quello che mi sfuggiva. Un dettaglio: la dissolvenza in bianco iniziale. Ha qualcosa di zoppicante. Di parziale. Le manca qualcosa, ed è una mancanza che avverti subito, come se alludesse a qualcosa di incompiuto, di precedente. Il dischetto pare un semplice cd multimediale, tecnologia obsoleta, ormai fuori corso, dimenticata. Tra le cose dimenticate c’è anche il vezzo della ghost track, tipico degli anni Novanta e dei primi anni Zero. Così abituale che non aveva più molto senso definirla “traccia nascosta”: sapevi che ci sarebbe stata, che l’avresti trovata lì, superato uno stacco silenzioso dopo l’ultima canzone. All’epoca qualcuno provò a giocare un gioco meno banale: inserì la hidden track prima degli altri pezzi. La chiamarono, se non ricordo male, pregap hidden track. Per scoprirla dovevi azionare il rewind e riavvolgere – si fa per dire – il disco fino a prima dell’inizio. Tra i due espedienti c’era una differenza notevole: nella ghost track finivi per capitarci se non stoppavi il cd, ne rappresentava un prolungamento, un corollario. Nella pregap, invece, non ci capitavi. Dovevi volerla scoprire. Ricordo che all’epoca ne rimasi affascinato: la freddezza tecnologica del cd utilizzata come scrigno, come recipiente esoterico, mi sembrava un paradosso interessante. Il giochino in effetti funzionò. Lo utilizzarono in molti. Ma anch’esso divenne presto prevedibile, scontato. Andò avanti per qualche anno, prima che lo streaming spazzasse via tutto.

Mi chiedo: possibile che nessuno ci abbia pensato, alla pregap track? Possibile che non abbiano ancora provato a cercarla? Afferro il telecomando e premo stop. Posiziono il cd sulla prima traccia. Attivo il rewind. Lo schermo torna nero. I secondi iniziano a scorrere a ritroso. Oh, sì. Sì. C’è qualcosa. Resisto alla tentazione di verificare, continuo a riavvolgere. Alla fine, il timer indica quattro minuti e trentatré secondi. “Gianca to ground control”, recito mentalmente, “mi sentite? Sto per decollare”. Premo play. Lo schermo rimane nero. Dagli altoparlanti esce un click, poi un fruscio, quindi il rumore di passi in avvicinamento, lo sbuffare di un’imbottitura e un cigolio, come se qualcuno si fosse seduto su una poltroncina da ufficio, di quelle in finta pelle, molto ammortizzate. Un qualcuno che sembra essersi seduto qui, a pochi centimetri da me. E che subito dopo inizia a parlare. Riconosco la voce, so a chi appartiene. L’inflessione ironica e allusiva è la stessa con cui spesso rivestiva concetti vertiginosi. Le sue prime parole sono: “I can’t give everything away”.

Riaccendo il telefono. Quanto tempo è passato? Dieci minuti? Un’ora? Posso ancora avvertire il cuore che galoppa nella gola, ma non come prima, quando per l’emozione faticavo a respirare. Mi sto calmando, sì. Ci sto riuscendo. Ho ascoltato. Ho seguito le indicazioni. Penso a quello che ho sentito e visto, a tutto quello a cui ho deciso di credere. Ci penso e mi stropiccio la barba. Avverto uno strano formicolio tra mento e polpastrelli, come se peli, nervi e tessuti ci tenessero a ricordarmi la loro incontestabile concretezza. La loro possibile, paradossale eternità. Compongo il numero di Paolo, che risponde dopo due squilli.
– Dimmi Gianca.
Dall’asprezza del tono intuisco la vitalità del suo rancore. Me ne sbatto.
– Hai già incaricato Sandro per il pezzo?
– Non mi hai dato scelta.
– Ringrazialo e mandalo a cagare. Fra mezz’ora avrai il mio.
– Cazzo, io… Ok, Gianca. Va bene. Però mezz’ora. Non un minuto di più.
– Tranquillo.
– Oh, Gianca.
– Dimmi.
– Cos’è cambiato?
(Ho ancora negli occhi il momento in cui sulla copertina è affiorato il disegno, sotto la luce radente della lampada calda. Il cartoncino che vibra, quei delfini che di colpo non sembrano più delfini. Poi ecco comparire le lettere, una ad una. Un diagramma. Una mappa. Lo squarcio tra un groviglio di stelle e una costellazione. E i nomi, tutti quei nomi. Il mio nome. Segni. Visioni. Pulci grandi come topi, topi grossi come gatti. Chimere canine e uccelli blu. A sfidare grattacieli sterili. A disinnescare il genocidio. In qualunque giorno, da oggi, sfidare l’eternità col mio nome. Col mio nome vero. In questo presente scardinato, nella vertigine orizzontale, dove il tempo è ancora il più innocente, opaco, ripido degli assassini. No. Non si può spiegare tutto)
– Gianca? Ci sei?
– Sì, Paolo. Ci sono. Non è cambiato nulla. È solo che mi sbagliavo. Il disco, è…
– Cosa?
– È bello, amico. Cazzo, se è bello.

Annunci

11 pensieri riguardo “Eternità”

  1. Racconto letto tutto d’un fiato immaginando Bowie che, con il suo classico ghigno si prende gioco di noi che ascoltiamo i suoi nuovi brani composti da prima del “suo tempo”. O forse dopo. O da un tempo senza le regole del tempo.
    Come in una casa degli specchi che tutto deforma, restituendoci un punto di vista (e di ascolto) del tutto nuovo.
    Un racconto dolce come il tepore di un plaid in una serata fredda. Come il primo sole di aprile.
    Dolce come, forse, la vita su Marte.
    Grazie Stefano. La mia giornata ha avuto un inizio che non poteva essere migliore.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...