Attitudine: Rock Lit di Liborio Conca

Ho sempre pensato che attorno al rock, almeno alle nostre latitudini, sia sedimentato negli anni un fastidioso equivoco. Che si tratti cioè di una forma espressiva piuttosto rozza, selvatica, superficiale e, insomma, a perdere. Anche in ragione di tutto ciò, quindi, divertente.

Certo, il rock è anche questo. Il rock è divertente. Ma la sua essenza sta nelle tante sfaccettature, nelle angolazioni con cui insemina questo divertimento di altro, cioè affrontando temi anche scottanti, anche molto gravi e complessi. Bob Dylan e Lou Reed non sono stati, da questo punto di vista, delle eccezioni: la quantità di canzonieri che hanno avuto il coraggio, l’attitudine e la capacità di guardare in faccia la vita e la morte, la depressione e la gioia, il mistero e la rivolta con una tavolozza di temi e parole di livello considerevole (a cui spesso si è accompagnato un versante musicale di alto profilo), è superiore a quello che si possa comunemente credere.

In molti casi, i rocker hanno fatto ricorso alla propria passione (ossessione) per autori di narrativa, poeti, drammaturghi eccetera. Intendo nomi come Mark Linkous (dei mai troppo rimpianti Sparklehorse), Ian Curtis, R.E.M., Robert Smith, Vic Chesnutt, Patti Smith, Kurt Cobain, Bruce Springsteen e via discorrendo. Un elenco parziale ma già di per sé ricco di spunti, intrecci, connessioni con le opere dei Burroughs, dei Rimbaud, di una Flannery O’Connor, e poi ancora Kafka, Camus, Faulkner, Salinger

rock-lit

A tal proposito, è appena uscito Rock Lit, un saggio di Liborio Conca – già critico letterario per una pletora di riviste cartacee e webzine – che dell’argomento parla con un approccio intenso e affettuoso. Mi è sembrata una delle letture più nutritive e godibili su rock e dintorni che mi sia capitata in tempi recenti, perciò ve lo consiglio di cuore. Per ulteriori dettagli vi rimando alla mia recensione su Sentireascoltare.

7 commenti

  1. Me ne ha parlato Gianluca Testani – mio vecchio amico di scorribande live nei ’90 – alla presentazione della sua nuova casa editrice a Rovereto. E’ un acquisto che farò a breve. Bravo Stefano a segnalarlo.

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  2. in incipit non ho potuto fare a meno di pensare che è molto vero: quei tre aggettivi “rozza, selvatica, superficiale” con cui l’élite culturale ha sempre cercato di etichettare la “forma espressiva” del rock sono subdolamente disonesti (ammesso e non concesso che esista “la” musica rock, perché il “fastidioso equivoco” in fondo è proprio questo, ovvero che si considerino come legittimi esponenti della forma d’arte popolare comunemente chiamata “rock” fenomeni da baraccone costruiti ad uso e consumo del mercato discografico, di cui ti risparmio una pletora di esempi…). ergo, evitando di confondere “il rock” con la “musica commerciale” (concetto che a distanza di decenni continua ad esprimere benissimo la realtà antitetica tra arte e mercato) direi che come forma d’arte popolare il rock è intrinsecamente pasolinano e quindi riprendendo i tre aggettivi di cui sopra lo descriverei come “viscerale, istintivo e profondo”.
    secondo aspetto su cui mi soffermerei a riflettere, però, è se esiste davvero un’antitesi così netta tra “divertente/divertimento” e “guardare in faccia la vita e la morte, la depressione e la gioia, il mistero e la rivolta” (temi scottanti, profondi, gravi e complessi). la risata è l’esorcismo più potente che la natura ha regalato all’uomo. certo, a volte l’esorcismo non riesce del tutto, a volte la risata non è così rotonda da salvarci da una fine alla Nick Drake, ma nulla è più profondo della capacità di dissezione sincera e beffarda di un Vonnegut, dei Masie, di Bierce, degli Alice Donut, del Leopardi delle Operette Morali, dei They Might Be Giants, di Irving, dei Black Flack, di Flaiano, di Passion Pusher e così via.
    condivido invece la bella chiusa dell’articolo su sentireascoltare (con annessa ottima citazione di “Furore”). è vero, “tutto ciò non deve andare perduto”, ma molto dipende da noi, dalla nostra sempre maggiore dipendenza mentale, sociale ed economica dai meccanismi del mercato globale (*mercato* che come scrivevo all’inizio, trova una sua naturale antitesi nell’*arte*). ovvero, se negli anni ottanta esisteva ancora una minima società carbonara e sotterranea di adoratori della musica rock, negli ultimi decenni l’individualismo liberista ci ha reso sempre più cani sciolti in balia dei “mi piace” e dei fantasmi del passato. e mentre un Nick Drake, tanto per fare un esempio, è stato salvato dall’oblio entrando a far parte dell’immaginario collettivo, un Henrik Appel ormai fa quasi fatica ad esistere per più di qualche attimo. ovvero, ahinoi, tutto ciò che siamo (plurale inteso come “insieme di esseri umani o umanità”) in questi anni *è già perduto*.
    : )
    come perduta è andata la mia domanda in calce all’articolo-recensione di Shotgun Lovesongs, dove, tra le tante altre cose, ti chiedevo: – “qualche buona dritta per rimpinguare il magro paniere delle uscite migliori del 2018? sparami una cinquina che se qualcosa m’è sfuggito recupero di buon grado.” –
    : ))

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    • Come al solito i tuoi commenti sono pieni di spunti interessanti. Grazie.

      Una cinquina? Al volo ti direi un paio di italiani che mi stanno convincendo, gli Ismael con Quattro (cantautorato rock, ma davvero rock, testi di alto profilo) e Any Other con Two Geography (la sua è una scrittura libera e intransigente, un colpo in pieno petto). In questi giorni sto ascoltando molto il nuovo album di Micah P. Hinson, When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You, uscito a fine ottobre, il precedente mi aveva lasciato perplesso, qui mi pare che ritrovi una visceralità che stempera il rovello pensoso (siamo in zona folk-rock con licenza di esondare lo-fi ad alto tasso elettrico). Un disco controverso che però riassume il senso di coraggio residuo del rock è l’ultimo dei Low, Double Negative, a livello sonoro sceglie di azzardare su un versante distorto, ostico, con momenti di grande apertura melodica (nel loro tipico stile molto lirico e afflitto). L’ultimo che ti suggerisco non è rock, è un album che ascolto dopo ascolto non mi molla: Broken Politics di Neneh Cherry, tra soul ed elettronica, pervaso di consapevolezza del trascorrere del tempo, di maturità. Fammi sapere cosa ne pensi.

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