Jeff Buckley e il Grande Vuoto

Gli eroi son tutti giovani e belli, certo. Quelli rock, poi, tendono a dare il meglio appena oltrepassata la soglia dell’adolescenza, quando genio e ribellismo compongono un cocktail esplosivo. Ma, ovviamente, non sempre è così.

Sono molti i capolavori sfornati da autori ormai – “ormai” – trentenni e persino oltre, molto oltre. Vedi Lou Reed, che ci ha regalato Transformer, Berlin e Coney Island Baby negli anni Settanta, quei Settanta che lo videro – appunto – trentenne muoversi verso i quaranta costruendosi nel frattempo una carriera post-Velvet formidabile, suggellata da almeno altri due capolavori (New York e Magic And Loss) usciti quando di anni ne aveva ormai una cinquantina.

Discorso simile potremmo fare, ça va sans dire, per Mr. Bob Dylan: Blood On The Traks e Desire furono i lavori di uno splendido (circa) trentenne che poi, parecchi anni più tardi, ha avuto la forza di calare carte stupende come Oh Mercy e World Gone Wrong, per non dire di quel capolavoro che è Time Out Of Mind. Altri esempi? Neil Young che dopo i trenta fa uscire Zuma, Rust Never Sleeps, il Live Rust e Ragged Glory (tra le altre cose). Bowie che proprio a trent’anni licenzia i pazzeschi Low e Heroes, e più avanti Lodger, Scary Monsters, quella bomba pop che fu Let’s Dance, e infine – infine – quei due clamorosi botti di commiato, The Next Day e Blackstar. E John Lennon, già, Lennon che si lascia i Beatles alle spalle per ritagliarsi una dimensione gigantesca anche da solista – trentenne e oltre – con Plastic Ono Band, Imagine e Mind Games

Il gioco, come potete immaginare, potrebbe proseguire ad libitum. Ma, insomma, possiamo chiuderlo qui. Tanto ci siamo capiti. È chiaro dov’è che volevo arrivare.

Jeff Buckley è nato il 17 novembre del 1966. Aveva trent’anni quando è scivolato via, sprofondato, scomparso. Ci ha lasciato poco, pochissimo rispetto alle potenzialità enormi che ha fatto intuire nella sua maledettamente breve parabola. Quel pochissimo ci ha comunque cambiato la vita. Ma è impossibile non tentare di immaginare ciò che avrebbe potuto fare, quello che ha perduto, quello che abbiamo perduto. Ed è un pensiero tremendo. Un rimpianto arido e devastato. Un vuoto in cui molti, forse tutti quelli che lo hanno amato, non smetteranno mai di precipitare.

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