Spirit Of Eden

Non mi accorsi della sua uscita, il 16 settembre del 1988. Fu uno di quei dischi, uno di quegli avvenimenti, che si consumano dietro a una cortina opaca, in una notte di indifferenza. Un asteroide che cade nel mare (come disse un mio conoscente), un oggetto alieno inghiottito dalle acque, le cui conseguenze si allargano lente, poco visibili forse, ma profonde e incontenibili.

Spirit Of Eden (qui una mia recensione fresca fresca) fu il quarto e penultimo album dei Talk Talk, band inglese che raggiunse col secondo album It’s My Life, 1984, un successo straordinario, grazie a una serie di singoli (soprattutto la title track e Such A Shame) tanto trascinanti quanto suggestivi, pervasi da una sorta di futurismo esotico, fastoso e balzano (anche nei relativi clip), di una vibrazione assieme colta e popular non priva di inquietudini e ironia.

Le interviste dell’epoca al leader Mark Hollis lo dipingevano come un intellettuale arguto e vagamente bislacco, dalle risposte non scontate. In molti ne parlavano come del nuovo Lennon. Già col successivo The Colour Of Spring, 1986, le cose presero una piega strana. Pur mettendo a segno almeno due singoli (Living In Another World e Life’s What You Make It) strepitosi, si percepì chiaramente un movimento all’indietro, un ripiegarsi. I Talk Talk sembravano lontanissimi dal voler capitalizzare la formuletta pop. Il disco era bello, più ricercato, ma in quel bel mezzo di 80s tanto rapaci quanto edonisti, impegnati a consumare un vero e proprio assalto all’effervescenza videomusicale, non ribadì il loro status di fenomeni art-pop. Anzi.

Poi arrivò Spirit Of Eden. Commercialmente, fu un flop totale. Ma era, è, un capolavoro assoluto, in cui il blues più terrigno sembra ritrarsi e rarefarsi dalle parti di un folk pervaso di suggestioni world ibride, tra memorie wave ormai dissipate, suggestioni cameristiche e vaghezze jazz. Un’ebbrezza imprendibile, diafana, eppure carnale, colta anzi nel punto stesso in cui sensazione carnale e astrazione spirituale si confondono. Una linea d’ombra, ma luminosissima. Gli Ottanta con la loro caciara ossigenata e la post-apocalisse scenografica erano già consegnati al passato: con questo disco i Talk Talk definivano gli ambiti e la calligrafia della nuova consapevolezza (laterale ma in qualche modo cruciale, bisognosa di una nuova, disperata autenticità) dei 90s, quella che porterà (anche) all’avventura più attitudinale che stilistica del post-rock. Ma in quel 1988 il mondo non ascoltò. Il mondo ignorò i Talk Talk.

Il successivo Laughing Stock, del 1991, fu un canto del cigno ancora più etereo e (perciò) invisibile. Si dissolsero, i Talk Talk. Per rifiorire nelle mille citazioni più o meno dichiarate di tante band successive, dai Portishead ai Death Cab For Cutie passando per i Radiohead, per dire, rifiorendo, come detto, in tanto post-rock (versante più apocalittico/atmosferico) a partire dagli Slint. Una sorta di appendice a questa vicenda arrivò nel ’98 con l’album solista e omonimo di Mark Hollis: quanto particolare e sconcertante mi sembri ancora oggi quel lavoro, musicalmente straordinario, l’ho scritto in questa recensione su Sentireascoltare. Da allora di Hollis non si è saputo più nulla o quasi, fino alla sua morte. Una dissolvenza in bianco. Un’evaporazione.

Spirit Of Eden possiede quindi questa doppia (almeno) valenza: è un disco che intercetta e rende meravigliosamente musicale lo scarto tra aspettative e timori della sua epoca, un fine secolo/millennio in cui tutto sembrava accadere e poter accadere, in bilico tra “magnifiche sorti e prospettive” e rovina ecologico/economica/umanistica (le due facce del progresso tecnologico); ed è anche un lavoro che rappresenta il primo passo verso la consapevole sottrazione di una band e del suo leader, via dal codice dei riflettori, dal meccanismo che determina e produce ciò che vorrebbe esaltare, criticare, spremere.

Per tutto questo, è un disco che continua a dirci molto, a dire ciò che siamo, che rischiamo di essere e non essere (più), cosa potremmo fare, sentire. È un disco meraviglioso. Il disco che è necessario ascoltare se della musica crediamo che possa (ancora) dirci qualcosa su di noi, nel tempo. Questo tempo.

P.S.
Qualche tempo fa ho comprato Spirit Of Eden in vinile, un’ottima stampa contenente anche una versione in blue ray rimasterizzato. Lo possedevo già in cd, però mi è sembrato un ottimo affare: l’ho pagato, nuovo, circa dieci euro. Sarebbe stato un affare anche se ne avessi dovuti pagare cento. Non è in questi termini, ovviamente, che si deve parlare di un disco così. Ma è anche questo, a suo modo, un dato emblematico.

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