Innocenti (?) distrazioni

Ero distratto da troppe cose, quando Battisti morì, il 9 settembre del 1998. C’era la malattia di mia madre, aggressiva, imprevedibile. C’erano i preparativi di un matrimonio (il mio) e i lavori per sistemare la casa dove avremmo abitato. Dimenticai anche di rinnovare la patente, come mi fece notare un carabiniere gentile a un posto di blocco, nel cuore della notte (mi vide così stravolto e mortificato da lasciarmi andare col minimo della pena). Insomma, quando Battisti morì mi feci scivolare la notizia addosso, ne presi atto. Fu un evento che scordai di vivere, di elaborare.

Potrei giustificarmi con la più banale delle argomentazioni: Battisti in realtà era “scomparso” da tempo. Mediaticamente si era imposto una specie di morte per procura, un esilio senza tensioni né rimpianti, irreversibile. C’era chi lo disprezzava per questo e in qualche modo riversava il disprezzo sugli album “bianchi”, quelli della collaborazione con Panella, che piovevano sul mercato a ribadire quella specie di scomparsa differita. “Esisto ancora, ma non sono più“, sembravano dirci, tra le altre cose, quei dischi enigmatici.

Una volta non seppi cosa ribattere a un mio caro amico quando, per giustificare un’orrida cassetta degli Audio 2 nella sua autoradio, mi disse che quei due mestieranti gli piacevano perché “danno alla gente quel Battisti che lui non vuole più essere“. A me, ormai preso dalle sorti del rock’n’roll, di ciò che Battisti intendesse ancora darci o negarci non importava granché. Amavo oserei dire geneticamente la sua discografia, come un po’ tutti. I nuovi album mi incuriosivano, mi disturbavano, a tratti mi ipnotizzavano. Ma li sentivo distanti, anzi li sentivo animati dalla voglia di rimarcare la distanza tra aspettative e prospettive, tra mito ed espressione. Li vedevo come il frutto di un progetto che riguardava più la lotta tra Battisti e la propria eccessiva dimensione pubblica, che non semplici (?) dischi da ascoltare. Una chiave di lettura che, all’epoca della loro uscita (tra 1986 e 1994), non ero disposto ad affrontare. Neanche per Battisti.

Fortuna che prima o poi quel po’ di maturità (di lucidità) arriva per tutti. Così, oltrepassati i trent’anni, li ho potuti ascoltare con le orecchie giuste e valutarli per gli splendidi lavori che sono. Uno in particolare, Cosa succederà alla ragazza (1992), mi sembrò e mi sembra un capolavoro. Ne scrissi un po’ di tempo fa su Sentireascoltare, l’unica cosa che abbia mai messo nero su bianco su un musicista che, come pochi altri, ha segnato la mia vita. Anche per come ha saputo segnare, ugualmente e particolarmente, quella di tutti.

Di tutti.

9 commenti

  1. Non ne sono mai stata e non ne sono una grande estimatrice. Certo ha contribuito parecchio alla nostra musica italiana ma… penso per me sia più una questione di “pelle” 🤗 una soleggiata domenica sosta in città oggi. “Inseguendo una libellula in un prato …”🙂 buona domenica stefano!

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  2. Credo che appartenga al juke-box della vita di tutti noi, conosco a memoria molte sue canzoni, però oggi mi sento molto a disagio, cioè più del solito, perché la sua voce non mi piace, per dirla tutta, mi infastidisce proprio. Ma di musica capisco veramente poco.

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    • È fisiologico che a qualcuno – a molti – non piaccia la sua voce, doveva essere così allora, ci sta che lo sia ancora oggi. Battisti ha determinato una frattura nei criteri del popular. Il “belcanto” e la melodia venivano assieme confermati e costantemente oltrepassati, musicalmente con iniezioni rhythm and blues e rock (poi prog, funk, world ed electro), dal punto di vista dell’interpretazione vocale con un senso del limite, di barcollare su un livello superiore alle proprie capacità e doti, che rendeva il suo canto sempre problematico, inelegante, ma appunto per questo espressione di un cantare che si portava dentro l’imperfezione, il travaglio, la tensione e i “graffi” del vivere.
      Interpretare da altri, le canzoni di Battisti – pur bellissime – sono altro. Affidate a lui si definiscono sempre attorno a un personaggio emblematico: l’italiano affacciato sul mutare insidioso e vertiginoso dei costumi, della morale, delle prospettive mentre il Paese si apriva (volente o nolente) al mondo. E – all’interno di tutto questo – si consumava il mutare delle canzoni, del loro ruolo, di conseguenza quindi del ruolo del cantante.
      Il pop italiano con Battisti ha compiuto un salto di qualità enorme anche per quella sua voce così particolare, così volutamente particolare. Può non piacere, la sua voce, ma è giusto tenere presente che se non piace è anche per questo.

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