Ferita: su Jeff Buckley e Grace

Le voci che più amo, mi rendo conto, sono piene di fantasmi. Abitate dalle paure, dalle ossessioni, da incantesimi e malefici. Le voci che più amo non le ho mai del tutto districate. Non si rivelano del tutto, mai. Esplodono e si accartocciano, scivolano via dopo averti messo all’angolo. Scherzano col fuoco e con la loro assenza di ghiaccio.

Quando ascoltai Grace di Jeff Buckley per la prima volta, provai un impasto di soggezione, meraviglia e timore dal quale non mi sono mai liberato. Era – è – una voce che prende posto, si scava un posto se non lo trova, e ti abita. Una voce entusiasta e ferita. Una voce formidabile. Per la quale parlare di virtuosismo è ingrato e insensato: parametri come l’estensione o l’abilità tecnica vengono dopo, molto dopo quella capacità naturale di possedere la canzone, di infestarla come un fantasma, di abitarla e indossarla, farne organismo e simbolo, ossessione e desiderio.

Non era un ragazzino, Jeff, quando uscì questo suo album d’esordio. Aveva quasi ventotto anni. Era il 23 agosto del 1994. Sembrava – sembra ancora oggi – che quel disco fosse l’approdo di tutte le vite che aveva vissuto e mancato, di tutti i fantasmi con cui sapeva di doversi confrontare. Uno sfoggio di forza e vulnerabilità che tentava di dire “io” in ogni canzone, in ogni nota. Sfoderava predilezioni, rabbia, un trasporto senza ritegno. Raggiungeva il trionfo un attimo prima di sperimentare il fallimento dell’insoddisfazione. Questo a mio avviso è il vero motore di Grace: una travolgente, cronica insoddisfazione. Il segno e la cifra di un musicista impegnato a cercare sempre, ad arrampicarsi oltre – o a tuffarsi sempre più in profondità – anche se ha raggiunto un’incandescenza o un’oscurità quasi insostenibili.

Perciò di Grace posso dire che ne fui abbagliato tanto quanto ne ebbi paura. Mi spaventò per quello che presupponeva: una sfida dalla difficoltà crescente, esponenziale. Troppo grande per un uomo. E mi incantò per gli spazi in cui questa sfida prometteva di svolgersi: da qualche parte tra la furia apocalittica di Eternal Life e il lirismo languido di Lilac Wine, tra il romanticismo estenuato di Lover, You Shouldve Come Over e la vertigine impetuosa di So Real, tra la fiaba luttuosa di Corpus Christi Carol e il tumulto nero di Mojo Pin. E nel mistero palpitante di Dream Brother, nella grazia fervida e spericolata di Hallelujah (così distante da qualsiasi rilettura in modalità talent), nel precipizio a forma di commiato di Last Goodbye. E infine, certo, nelle farneticazioni incendiarie e sublimi di Grace.

Da questo disco non riuscirò a liberarmi. Lo sfidante ha abbandonato una partita che non è mai davvero finita.

14 commenti

  1. Che dirti… appena ho visto il post… ho pianto. Il nodo che ho con quell’album… mi porta a rincorrere fantasmi che un tempo erano persone ( una in particolare)che amavo. 🙂 ciao Stefano. Ti capisco e molto molto in profondità.

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  2. È un po’ tutto il giorno che ci penso, riproducendo a memoria Grace nella mia testa. E la sensazione è quella di un disco consumato, compiuto, eterno: assurdo per un giovane Buckley che dopotutto era un esordiente. Questo mi è rimasto indelebile in Grace, oltre ad un piccolo grado di soggezione come accennavi nell’articolo, che sale assieme a quella poca manciata di artisti, che oggi non ci sono più.

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  3. […] Jeff Buckley è nato il 17 novembre del 1966. Aveva trent’anni quando è scivolato via, sprofondato, scomparso. Ci ha lasciato poco, pochissimo rispetto alle potenzialità enormi che ha fatto intuire nella sua maledettamente breve parabola. Quel pochissimo ci ha comunque cambiato la vita. Ma è impossibile non tentare di immaginare ciò che avrebbe potuto fare, quello che ha perduto, quello che abbiamo perduto. Ed è un pensiero tremendo. Un rimpianto arido e devastato. Un vuoto in cui molti, forse tutti quelli che lo hanno amato, non smetteranno mai di precipitare. […]

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