Il bar delle (grandi) storie

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“Pensa alla paura, decidi subito come affronterai la paura, perché la paura sarà il problema più importante della tua vita, te l’assicuro. La paura sarà il motore di ogni tuo successo, la radice di tutti i tuoi fallimenti, e il dilemma di tutte le storie che ti racconterai su te stesso. E qual è l’unica possibilità che hai di battere la paura? Seguirla. Andarle dietro.”

Il bar delle grandi speranze (The Tender Bar, 2005) è memoir al suo massimo, identificazione tra romanzo e vita, la dimensione del romanzo che assolve la vita, regalandole l’additivo – il lenitivo? – di un senso. Senso come direzione e significato, come sostanza. Dall’infanzia segnata dalla fuga del padre (un padre-voce lunatico e violento, eternamente immaturo) alla maturità come presa di coscienza definitiva e irreversibile di un’appartenenza (a una cultura, a una trama di vite, a un percorso condiviso, a un destino), JR Moehringer costruisce con questo suo esordio un romanzo di formazione autobiografico colmo di passione e disincanto, di ironia spietata e cinismo affettuoso. Ed è anche, come vuole il titolo, un’ode al bar di Manhasset – la “migliore città per famiglie nell’area metropolitana di New York”, secondo il Wall Street Journal – che gli ha donato una, dieci, cento figure paterne per compensare il vuoto, quel vuoto che per anni gli ha negato solidità, forza, equilibrio.

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Equilibrio, già: gli avventori del Dickens, poi ribattezzato Publicans, sono come i bracci che bilanciano la posizione eretta del cactus/protagonista/io narrante, il suo procedere lungo una vocazione incerta che lo porterà ad annegare nell’alcool tutte le fragilità, le frustrazioni professionali e le delusioni sentimentali, il carosello di paure che accompagna ogni tentativo, l’ossessione in agguato nella frattura tra essere e diventare. Il bar è un luogo concreto, un rifugio, ma è anche il luogo metaforico in cui prendono vita le storie, dove le vite sono storie, indistinguibili dalla loro narrazione, perciò solchi da percorrere, a cui tornare, come canzoni che ci raccontano quella verità che non abbiamo ancora la forza (la lucidità) di capire.

Mentre leggi – ed è una lettura che ti chiede fiducia, una fiducia giustificata pagina dopo pagina – non ti domandi se e quanto Moehringer te la stia raccontando giusta, se il verosimile sia vero: non te lo domandi perché la forza del racconto è già condizione sufficiente in sé. E lo è così tanto che il Romanzo esce da questo romanzo più forte. Ne esce come un corollario della vita senza il quale la vita non sarebbe pienamente. Non sarebbe vita. Perciò non stupisce affatto che Moehringer sia stato scelto come assistente di Agassi per la stesura della sua formidabile autobiografia (Open, del 2009), operazione diversissima da questa eppure in qualche modo analoga, cioè un altro memoir clamoroso, crogiolo di storie e ossessioni, di fragilità spacciate per forza. Di vita che è viva perché la puoi raccontare.

“A volte il bar sembrava il miglior posto del mondo, altre volte sembrava il mondo stesso.”

3 commenti

  1. Mai avvicinato questo scrittore… da come ne parli… devo rimediare. Ho finito di leggere un romanzo leggero … della Susanna Casciani. Sempre di fiducia si tratta nel suo racconto. Il passaggio da questo al tuo consiglio … mi tenta. Vedrò 🤗 e buona domenica. 😃

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