La resa e i fantasmi di Grant-Lee Phillips

Nella prospettiva degli anni, che al solito preme per diventare nostalgica, alcune cose a volte si chiariscono. Mostrano, come dire, contorni e propaggini. Le ricadute. Gli esiti. Ad esempio, perché ho così amato i Grant Lee Buffalo? Due album bellissimi (Fuzzy e Mighty Joe Moon) che hanno segnato quella prima metà di anni Novanta, certo. Poi un terzo, Copperopolis, sensibilmente più sfocato. Infine un quarto, Jubilee, ahimé normalizzato, pacificato. Troppo. Band dissolta, il leader Grant-Lee Phillips che avvia una carriera solista più che dignitosa, ma lontana da quel livello di intensità. Ferma restando una voce, quella voce, meravigliosa.

Ecco, ieri sera, nella cornice raccolta del cortile di una chiesa a Poggio a Caiano, non lontano da Firenze, con l’estate che posava una di quelle sue notti amniotiche che sembrano la rappresentazione climatica del concetto stesso di tregua, Grant-Lee Phillips si è presentato sul palco, voce e chitarra acustica, per illuminare quei contorni. Grant-Lee oggi, cinquantacinque anni, ha fatto quello che doveva: è sceso a patti con le inquietudini. Si è concesso un armistizio. Un processo che in realtà è iniziato da molto tempo. Un processo graduale, certo, ma fin da subito decisivo. Fin da quando?

Le canzoni dei Grant Lee Buffalo in quei due primi, formidabili album, non avevano una patria. Erano schegge di insofferenza, contenevano angoscia, una rabbia spremuta al senso di resa, a una resa inevitabile. Era una delle rappresentazioni più lancinanti dello sconcerto, dello spaesamento, della mancanza di appigli che la generazione X sul punto di farsi Y viveva in quegli anni post-ideologici, di New World Order e Fine della Storia che tracciavano il perimetro degli orizzonti e dei confini.

Erano canzoni che, ancora una volta, facevano i conti coi fantasmi dell’American Dream. Fantasmi che potevi sentire soprattutto nella voce di Grant-Lee, in quel lirismo capace di abbandono e furia, sospeso in un bisogno febbrile di pacificazione impossibile, irraggiungibile. La voce apolide di un’irrequietezza generazionale. Una voce appassionata, affamata di visioni, di avventura, ma consapevole di dove l’avrebbe condotta la propria vulnerabilità. Quella vulnerabilità era – è – il fantasma.

La voce negli anni cambia, cambia il modo di interpretare, cambia l’angolazione, lo sguardo dell’interprete. Ma, attraverso i cambiamenti, la voce conserva qualcosa. La voce è un segno. Un testimone. Quello che ieri sera la voce di Grant-Lee ha raccontato, è la misura in cui quella voce ha deposto le armi. Ha trovato una casa a cui tornare la sera. Un front-porch sotto cui consumare la tregua, e pacificare i fantasmi, e osservare. E fare i conti con l’impossibilità di arrendersi del tutto.

Nella prospettiva degli anni, vedo con chiarezza un momento, un disco, in cui questa tregua ha iniziato a domare i fantasmi della voce, i fantasmi nelle canzoni. È il terzo album dei Grant Lee Buffalo, Copperopolis: l’album più “sfocato”, comunque ancora un buon album. Contiene canzoni come Homespun, che mi è sempre piaciuta, certo, ma che come altre in Copperopolis mi trasmetteva proprio quella sensazione – un retrogusto – di tregua, di resa. Una sensazione che all’epoca detestavo, faticavo ad accettare nel rock che più amavo. Oggi, va da sé, ne capisco la portata, il percorso. Il valore.

Ieri sera ho avuto la sensazione di ascoltare Homespun per la prima volta per ciò che è sempre stata. Come da sempre chiedeva di essere ascoltata.

Fire one more round
But hate is not a lone assailant
Hear the drummers pound
Listen to the homespun violent sound

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