Fuori luogo

Simone Lenzi

«Vicino ai cinquant’anni è come se la forza di gravità fosse diventata più forte. Tutto ciò che può essere fatto, richiede un piccolo sforzo aggiuntivo. E se uno volesse compiere un’azione anche semplice, come ad esempio alzarsi da una sedia, lo farebbe comunque, ma un attimo dopo, perché l’anticipazione immaginaria della fatica lo trattiene un poco più a lungo nell’immobilità. Il peso della realtà è diventato più gravoso, i pensieri stessi intorno alle cose così densi da non riuscire a staccarsi dal suolo. Diventiamo terra terra, per così dire.»

Simone Lenzi, scrittore e attore nonché musicista (è il frontman e autore dei Virginiana Miller), ha raggiunto la mezza età. Con tutto ciò che questo significa in termini di lucidità, di disincanto, persino – ebbene sì – di insofferenza. Questo In esilio, la sua quarta prova letteraria (quinta, considerando anche l’agile saggio musicale Per il verso giusto), è un memoir, un po’ anche saggio e con spunti da libello polemico che – come si dice in questi casi per non spaventare il potenziale ancorché fragile lettore – “si legge come un romanzo “. Un romanzo, sì: fiction che in apertura della quale vede l’autore fare subito i conti con l’invadenza delle storie, l’inflazione delle storie, la trama soffocante delle troppe storie che ci avvolge in un bozzolo algoritmico e ipnotico, lasciandoci padroni solo di rendere automatico il ticket per l’accesso al servizio.

Lenzi decide di lasciarsi alle spalle questo e (molto) altro. A partire dalla città, trasferendosi in una casa di campagna più vecchia e grande, “da arredare a morte“. Il libro diventa quindi una sorta di confronto con (e giustificazione di) questa scelta. Risale le radici dei ricordi (le uniche radici che si possano percorrere salendo) così da farli significare, noccioli che hanno germogliato conseguenze, quarti di sangue oscuro, retaggi genetici, generazionali e culturali. Lenzi sembra cercare e, quindi, trovare – con lo spirito caustico e assieme bonario di chi si è lasciato alle spalle l’ansia di sgomitare, suggerendo una sorta di resa combattiva che è di per sé, come dire, paradigmatica – i motivi e le traiettorie che hanno prodotto il presente, quello suo e quello di tutti.

simone_lenzi-In_esilio

Pagina dopo pagina sembra definirsi il vero obiettivo di questo libro, ovvero gettare luce su un problema cruciale, forse IL problema dei nostri trempi: la solitudine della consapevolezza. Quando parla del carosello pervadente delle storie (a perdere), quando discetta di politica (del popolo che si è fatto Legione, di suo cugino “il Guardasigilli”, che poi è Andrea Orlando), di social (ovviamente) e persino – sono forse i passaggi più esilaranti – dell’ipertrofico status dei nuovi chef (ormai più rockstar delle rockstar), Lenzi non prende parte, non tifa per questo o per quello. Casomai sembra suggerire proprio l’impossibilità di prendere parte in quanto portatore sano di complessità e desiderio-bisogno di comprenderla. Lenzi ci racconta tra le righe quanto e come la complessità sia diventata l’anomalia, anzi, lo straniero, in un’epoca così complicata e integrata da produrre, per gestirla sul piano sociale, uno storytelling semplificato al punto da non avere più granché da spartire con la realtà. Ne consegue che chi si ostina a praticare la consapevolezza, si chiama di fatto fuori.

Simone-Lenzi-1

A questo regime di storie codificate per la sensazione facile, gratificante e sostituibile, Lenzi oppone la densità di storie minime ma radicate nel vero, di storie-vita, dal finale non scritto o non scrivibile, dal finale non gratificante o inesistente, storie che sembrano apparecchiare qualcosa ma che poi “è finita lì“. Come accade, in effetti, quasi sempre nella realtà. Ma il suo non è affatto un rigurgito di realismo, al contrario è un invito a svincolarsi dalla prevedibilità dell’imprevedibilità, dall’ovvietà dei colpi di scena, e a riscoprire la ricchezza di implicazioni connaturata al reale. Perché la letteratura non è un percorso che puoi programmare, una tabella di marcia, punti di ristoro, percorsi alternativi e infine traguardo, e poi casomai ripartire che tanto comunque ci pensa il navigatore. La letteratura è prima di tutto sguardo, silenzio, indicibilità. Poi, casomai, parole. E lo è in ogni momento di ogni giorno. “La letteratura, qualunque cosa sia, è un ergastolo“.

Se lo scorso anno il Michele Mari di Leggenda privata scriveva una sorta di autobiografia dei propri miti formativi, dei fondamenti della meraviglia, delle fobie, delle ossessioni, rappresentando quindi il proprio fiero ancorché vulnerabile esilio intellettuale, Lenzi realizza qualcosa di simile – vedi la riflessione sulle fotografie del padre e del nonno – ma lasciando trasparire una chiara nostalgia di presente e di appartenenza. Lasciando sul tavolo – doloroso e palpitante – il conflitto di chi sente che il suo atavico sentirsi “fuori luogo” è diventato infine incompatibile con la realtà. E si è quindi fatto, inevitabilmente, realtà.

“Ne deduco che non c’è
nessun libro che mi spiega
come è fatto il paradiso,
la bellezza di una piega,
dove precisamente
nasce il tuo sorriso”

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4 pensieri riguardo “Fuori luogo”

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