Sound City: alle radici dell’incidere

Non amo il Dave Grohl post-Nirvana, non l’ho mai amato. Al più i Foo Fighters mi sono sembrati, a partire dal nome, dei cazzoni adrenalinici, talvolta divertenti, schiacciati su un fare rock che non riesce ad andare mai oltre le premesse costituenti. Lo stesso personaggio Grohl mi pare sempre impegnatissimo a definirsi come il campione sano del post-grunge, devoto a un verbo rock pane al pane, “senza fronzoli”, piuttosto autoindulgente insomma e pure abbastanza manicheo. Ma che a sostrato di tutto questo agisse in lui una passione attendibile, non l’ho mai messo in dubbio.

Mi è capitato di guardare un paio di puntate di Sonic Highways, la serie ideata e condotta da Grohl con al centro gli studi di registrazione dislocati in varie città USA. Non mi hanno fatto una grande impressione, le ho trovate sature di retorica nostalgica, del tipo “tutto è bello perché è stato”, il passato come cosmetico che neutralizza brutture e mediocrità. Perciò non ho mai avuto voglia di guardare il docufilm che di quella serie ha rappresentato, in un certo senso, la puntata pilota.

Quel docufilm è Sound City, ideato e diretto dallo stesso Grohl, uscito nel 2013. Devo, come spesso capita per questioni di rock, al caldo consiglio di due amici (thanks David e Ivo!) il fatto di avere cambiato idea e di averne fatto il compagno di veglia in una calda, insonne notte di inizio luglio. Sì, è decisamente un film che merita di essere visto. Lo è perché, al netto di quel po’ di retorica passatista che lo sostanzia (va bene Rick Springfield, ma i REO Speedwagon anche no, dài), gira in maniera intelligente il coltello nella piaga. Ovvero, fa un bilancio – non certo obiettivo, anzi sentimentale fino alla partigianeria, grazie al cielo – di ciò che va perduto nel processo di automatizzazione/digitalizzazione a cui siamo tutti deliziosamente – e non senza ragione – assuefatti. Grohl sembra voler insistere in particolare su un aspetto: quello che ci ha straordinariamente cambiato la vita, non lo ha fatto gratis. Ci ha chiesto – ci chiede – qualcosa in cambio.

Il “prezzo” è emblematicamente rappresentato dalla console Neve (dal nome del suo inventore, l’inglese Rupert Neve): un enorme banco analogico di missaggio costruito artigianalmente e che all’epoca – 1971 – costava quanto due appartamenti di medie dimensioni a Van Nuys, Los Angeles, California. Città dove fu messo in piedi il Sound City, uno studio a misura d’uomo che tra le sue pareti ha visto nascere album epocali quali 12th Dreams of Dr. Sardonicus degli Spirits (incredibilmente mai citato nel film), After The Gold Rush, l’omonimo dei Fleetwood Mac, Damn The Torpedoes e Hard Promises, e poi via, oltre gli eighties del metal (Dio, Loudness, Saxons…) fino a – ebbene sì – Nevermind.

Tutti album beneficiati (benedetti) dal suono, da quel suono, frutto di una disposizione acustica non pianificata (lo stabile era in origine una fabbrica di amplificatori Vox), così come dall’attitudine analogica, quella che dell’errore fa un’idea, dell’arrangiamento un aggiustamento di rotta costante, del caso un evento nutritivo, mentre il caos viene tenuto a bada senza velleità di controllo totale. Senza avvertire il bisogno della versatilità, della maneggevolezza, della precisione, dell’efficacia dei programmi di editing sonoro (da Pro-Tools in avanti).

Tra un pesante odore di luppolo (del vicino stabilimento Budweiser), ragazze alla reception da colpo di fulmine (se occorre brave pure come coriste) e fattorini che con un po’ d’ingegno diventano tecnici del suono, la narrazione (a cui contribuiscono giganti come Neil Young, Tom Petty, Stevie Nicks, Josh Homme, Frank Black e Trent Reznor tra gli altri) lascia il posto nel finale alle session del disco Sound City: Real to Reel, soundtrack prodotta da Grohl nel proprio studio dopo averci installato quella stessa console Neve, acquistata dopo la chiusura (avvenuta nel 2011) dei Sound City Studios, travolti dalla rivoluzione digitale.

Particolarmente belle sono le scene riguardanti la lavorazione del pezzo con Rick Springfield, così come quelle di Grohl in trio assieme a Josh Homme e Trent Reznor: canzoni fatte partire da zero in studio, l’ispirazione nutrita dalla suggestiva presenza dell’autorevole banco di missaggio, col nastro da due pollici che cattura le spore e le spire del suono.

Infine – mi sia consentito lo spoiler – c’è il momento clou, con nientemeno che Paul McCartney a chiudere una formidabile quadratura con Kris Novoselic, Pat Smear e ovviamente Grohl, in una sorta di Nirvana reloaded alle prese con un pezzo che sboccia tra I Got A Feeling e Helter Skelter, per l’estatico sbigottimento del producer Butch Vig.

– Grohl: “Perché non è sempre così facile?”
– McCartney: “Lo è”.

Cut Me Some Slack fu premiata col Grammy come Best rock song nel 2014.

I Sound City Studios hanno riaperto i battenti nel 2017. La tecnologia di incisione è ancora basata su nastro.

Nulla è mai totalmente sotto controllo. Ogni cosa trova il suo posto (anche se non è detto che sia quello giusto, né importa).

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