Cometa

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Quando venne a farci visita, nel 1997, la cometa di Hale-Bopp suscitò emozioni forti. La sua presenza, uno sbrilluccichìo sbaffato nella volta stellata, divenne una sensazione costante, un retropensiero, un miscuglio di meraviglia e insidie appeso sopra lo srotolarsi della quotidianità. Qualcuno se ne fece ossessionare: non mancò chi la giudicava un vero e proprio messaggero da un’altra dimensione/civiltà, tanto da ipotizzare un’astronave nascosta nella sua coda. A San Diego, California, la setta ufologica Heaven’s Gate ipotizzò con così tanto fervore da optare per un suicidio di massa: 39 persone si avvelenarono credendo così di staccare un biglietto per salire a bordo del torpedone alieno. Un episodio estremo, certo, di un fenomeno comunque diffuso: Hale-Bopp fu un argomento di tendenza – diremmo oggi – per molte settimane, un vero e proprio meme – il primo? – per l’internet agli albori, almeno dal punto di vista della diffusione di massa, del suo impatto sulla cultura, sui costumi, sulla struttura del pensiero.

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Tutto questo non c’entra molto con Cometa (NEO. Edizioni), secondo romanzo di Gregorio Magini, fiorentino classe ’80. Eppure, leggendolo mi è capitato spesso di pensare a quel senso di incombenza, di imminenza, di cambio di paradigma che avrebbe segnato (stava per segnare) una discontinuità profonda nelle vite di tutti, in quel finire di secolo/millennio che Hale-Bopp – a sua insaputa – ci stava annunciando. Questioni di timori atavici, di soggezione naturale per fenomeni che intrattengono con tempo e spazio relazioni ben più estese di quanto la nostra esperienza e la nostra intelligenza ci permettano.

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Fatto è che Raffaele e Fabio, i protagonisti di questa storia, sembrano incarnare due approcci opposti alla contemporaneità – sessuomane e cinico il primo, introverso e genialoide il secondo – che finiranno per incontrarsi e coincidere, cospirando per un attimo la soluzione perfetta per una società immersa in un brodo di afasia mimetizzata da fermento social. Ad unirli c’è in realtà qualcosa di profondo, anche se casuale: sono cresciuti scollegati dal resto, hanno sviluppato un’interfaccia tra sé e il mondo, una cortina fumogena di apatia e consapevolezza su cui proiettano una loro rielaborazione di ciò che (gli) accade. Sono, in un certo senso, gli autori/narratori delle loro stesse vite, delle quali non riescono però a dominare la trama, alla quale si abbandonano, invischiati dal suo risucchio gravitazionale.

Più che il plot, che si srotola abbastanza errabondo (una scelta tutto sommato congrua), a colpire sono i punti di vista, il modo in cui le due diverse sensibilità decifrano il reale, ne interpretano il codice. Per questo Magini passa dalla terza persona del periodo di “formazione” alla prima della crisi sentimentale/esistenziale, come se regolasse sensibilità e profondità dell’indagine, per cogliere il cuore dello spaesamento informatissimo, dell’eradicazione emotiva e culturale che ha saputo diventare sostrato del presente, consegnandoci ricettivi e vulnerabili al carosello sovrabbondante e frenetico delle suggestioni.

Irriverente, arguta, scomoda, brutale, sorretta da un lirismo vibrante e lucido, la scrittura di Magini diverte e scuote, ci trascina nelle maglie di un presente di cui ricostruisce – per così dire – le fasi costituenti, o una sua stratificazione, un’angolazione che oscilla costantemente dal marginale all’essenziale, dal comico al terrificante. A suo modo, questo romanzo fa il punto e ci conduce sul bordo. Ci invita ad alzare lo sguardo, a non distoglierlo dal buio.

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