L’Apolide – Gerardo Balestrieri

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Le traiettorie di certi musicisti mi affascinano. Senza bisogno di scomodare le direzioni ostinate e contrarie col loro eroismo virtuoso e scomodo, mi sembrano già assai interessanti quanti s’impeganno a disegnare orbite defilate rispetto al centro della scena, a un fare musica che s’impernia sulle proprie inclinazioni e quanto al resto, boh, è tutto un manipolo di conseguenze, che deve alla bontà del lavoro il raggiungimento della quota di successo bastevole a farti stare a galla sul mare (o nella tinozza) della vita.

Gerardo Balestrieri è un fisarmonicista e polistrumentista classe ’71 che dai Novanta si muove sulla linea d’ombra tra cantautorato, musica etnica e popolare, jazz, teatro, pop-rock e via discorrendo. Lo seguo da un bel po’, almeno da quando ho avuto modo di sentire l’album d’esordio I nasi buffi e la scrittura musicale, che ho recensito per Sentireascoltare. Ho continuato a seguirlo, scrivendo di altri lavori, convincenti come Un turco napoletano a Venezia, molto convincenti come Quizas, appena più sfocati come Canzoni al crocicchio. Ha poi pubblicato – nel 2016 – l’ottimo Canzoni nascoste (qui una bella recensione di Carmine Vitale), quindi – lo scorso anno – mi ha sconcertato con lo sbalorditivo e irriverente Covers, nel quale ha reinterprato pezzi tanto celebri quanto disparati (da Perfect Day a Lontano lontano passando da White Rabbit, I Got a Woman e Azzurro) in una giocosa chiave punk-rock (nella cartella stampa lo presentava come un “un esercizio di defaticamento”).

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Si definisce “cantautore apolide” e non sembra affatto un vezzo, anzi è proprio la sostanza di quel suo esprimere sempre in bilico tra mondi che vaporizzano frontiere, tra oriente e sudamerica, nel mormorio ombroso di un cortile o immerso nel fumo denso di un jazz-club, dettando il passo con Daniele Sepe o Tonino Carotone, seguendo le tracce solenni e guitte di Gainsbourg, Paolo Conte o Boris Vian. Ma sempre, sempre, mettendo innanzitutto in gioco la musica, mettendosi in gioco, lasciando che al gioco del protagonismo funzionale, dell’espediente efficace, giochino altri.

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Pochi giorni fa è uscito Syncretica, sono altre dodici (più una) canzoni che svariano attraversando varchi geografici e temporali, teatrini irriverenti e golfi (mistici) dall’approdo esotico, di nuovo un consegnarsi alla magia insidiosa di un carosello sonoro che si squaderna liberando buio e luce, allegria e contrizione. Probabile che non ne sentirete parlare granché, ma se avete letto fin qui almeno adesso sapete che c’è: un viaggio immobile tra Mediterraneo e Rio della Plata, tra Andalusia e Venezia, tra balcani e New Orleans.

Un ascoltare che è un “sentire”, una sensazione: che i confini bisogna iniziare a demolirli da dentro.

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