Luce

 

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Furore di John Steinbeck è uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Uno di quelli che ha la capacità di lasciarti dentro, prima che una storia, un’impronta, un’inclinazione emotiva. Nelle sue pagine vive una luce, un tempo, una particolare tensione che domina la relazione tra i personaggi, tra di essi, la storia e la Storia. Tom Joad, il protagonista, contiene già tutto, è il romanzo incarnato in un personaggio, un coagulo di temi e motivi: su tutti quel disincanto profondo che si scontra incessantemente con la volontà – una volontà quasi obbligata, doverosa, arresa – di perseguire la dignità di essere se stesso, di vivere pienamente, di ricostruire una base di valori comuni che possano costituire fondamenta e sostanza. E ancora la consapevolezza che la vita è l’unico e irripetibile tentativo per raggiungere la felicità, e assieme di quanto il meccanismo sociale ti esponga al tiro di dadi della rovina, uccidendo fin dalla culla quell’unico tentativo.

Questo è il rovello e il motore che spinge Tom Joad lungo la strada di una ricerca desolata, di una pagliuzza di luce nel buio che ingoia le prospettive, quel buio che fa marcire i margini dei rapporti umani, piegandoli a una logica di prevaricazione. Il finale – esiste un finale più bello, più crudo e commovente? – intreccia tragedia e speranza, dolore sconfinato e una quasi intollerabile necessità di donare, di amare. Tom nel frattempo è uscito di scena, si è nascosto nelle pieghe della trama, una fuga che è anche una dichiarazione di immanenza: la sua sottrazione è un altro colpo di genio di Steinbeck, rende Tom Joad un fantasma – quello di cui cantò Springsteen a metà dei Novanta – che continuerà ad esserci, ad aggirarsi tra gli uomini ogni volta che strideranno i confini, ogni volta che la giustizia somiglierà al suo contrario.

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Il milanese Simone Massaron (uno che negli anni ha incrociato la chitarra assieme a Nels Cline, Elliott Sharp, Marc Ribot e Carla Bozulich) ha fatto uscire da poco un album dedicato a Furore. Quattordici tracce strumentali, cartigli acustici ed elettrici, abitati all’occorrenza da field recording mai invasivi, allestiscono altrettante soundtrack di sequenze immaginarie, in ognuna un frammento di quella tensione, di quella luce. Viene da pensare al Neil Young di Dead Man o al Ry Cooder di Paris Texas, però l’approccio di Massaron è meno monolitico, varia il registro secondo la situazione che intende – quasi plasticamente – rappresentare, rivelandosi capace di sbrigliare brume rock-blues, estro jazz, siparietti vaudeville/psych e apprensioni folk con padronanza e ispirazione pari alla mancanza di autoindulgenza.

E’ un album bellissimo che, al di là di tutte le sacrosante discussioni sul ruolo residuo e persino marginale del rock (folk, blues, jazz…), suona oggi particolarmente vivo. In Furore, disco che porta con merito il titolo del capolavoro di Steinbeck, la musica sembra dirci che non ha ancora finito di raccontare quello che deve. Di conoscere la natura dei confini, che prevede tra le altre cose il loro superamento. E l’arte di una bellezza che sa essere monito.

 

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