Mappe

Scrivere recensioni non è più la mia cosa. Forse perché un disco mi sembra presupporre un terreno circoscritto che obbliga a formule, ambiti, esiti fin troppo definiti. Forse perché un disco è solo e proprio un disco. O forse perché, dopo quindici anni di recensioni, non ne potevo più, non ne posso più.

Ma ascoltare un disco è ancora un momento che riesce ad ancorarmi a un groviglio di risvolti, a mettermi in connessione, ad agitare il fondo dove si depositano le scorie e i pensieri più solidi. Non sempre, ma a volte è così. Spesso è così. Quando più, quando meno.

Col nuovo disco di Calcutta è accaduto: non è un capolavoro, ma è un disco di cui credo valga la pena parlare, al di là degli atteggiamenti pregiudiziali. Anzi, proprio in virtù di quelli.

Un disco-pretesto, se volete, per parlare di pop, di mappe, di generazioni spezzate, di bisogno d’immaginare e d’immaginario: su Sentireascoltare trovate una specie di recensione expanded di Evergreen, il nuovo album di Calcutta, e di tutto quello che gli gravita intorno.

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