Femminile, femminista, fantascientifico.

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È una lettura intrigante, l’antologia di racconti Le Visionarie (Produzioni Nero) curata dai coniugi Ann e Jeff VanderMeer (editor lei e scrittore lui, tra i principali autori e sponsor del cosiddetto new weird). Ma non solo: è interessante e funziona proprio per l’idea che l’ha originata. Ovvero: oltre a fare riferimento al genere fantascientifico e fantasy, la selezione doveva riguardare solo scrittrici, in modo da abbozzare un vero e proprio fronte sci-fi femminista. Ne è uscito un autentico pantheon di nomi quali Angela Carter, James Tiptree Jr., Ursula K. Le Guin, Tanith Lee e Hiromi Goto. Tutte autrici di grande livello e di diversa impostazione, i cui racconti – pubblicati tra 70s e i primi anni del nuovo millennio – tratteggiano un quadro estremamente vario e stilisticamente discontinuo, come del resto era lecito attendersi.

Eppure, attraverso questa eterogeneità – mediata però da una sequenza che lega tematicamente ogni racconto al successivo – si avverte chiara una identica vibrazione, un punto di vista inafferrabile ma (opportunamente) ingombrante, una presenza. Se la speculative fiction rappresenta qualcosa in più di una moda, come credo, è per la sua fisiologica attitudine allo scrutare, al presagire l’attimo dopo innestandolo sulla crisi del presente. In un certo senso, la speculative fiction fa per definizione ciò che la fiction dovrebbe fare sempre: portare la realtà sul bordo del suo punto critico, o meglio sul bordo di uno dei suoi infiniti punti critici. E, casomai, darle la spinta decisiva.

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Inserire questa attitudine in una prospettiva femminista, significa – soprattutto oggi – mettere in rilievo come lo scrutare (più o meno oscuro) della narrativa debba necessariamente puntare il mirino sul nervo (ancora e sempre più) scoperto della questione femminile, e che è giusto farlo innanzitutto da un punto di vista femminile.
La validità di questi racconti non ha nulla a che vedere con questo aspetto – quasi tutti i racconti selezionati sono belli, alcuni bellissimi, e lo sono di per sé – ma indubbiamente il fatto che siano opera di scrittrici assume spesso i tratti di un pre-requisito fondante: ad esempio per l’insofferenza cultural/patologica di un Racconti dal seno (di Hiromi Goto), per la paranoia apocalittica di La soluzione della mosca (di James Tiptree Jr.), per la mirabolante mitologia simbolico/introspettiva di Tredici modi di concepire lo spazio-tempo (di Catherynne M. Valente).

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Non tanto perché la consapevolezza di uno sguardo femminile ne condiziona la percezione, quanto perché man mano che ti addentri nel cuore di queste storie capisci che non sarebbero esistite senza quello sguardo, quella sensibilità. E che il fatto che esistano sia invece molto, molto importante.

Trovo perciò opportuna – e coerente – la scelta di Veronica Raimo e Claudia Durastanti, curatrici dell’edizione italiana, di affidare le traduzioni a traduttrici (e scrittrici) italiane, coinvolgendo nomi quali Emmanuela Carbé, Livia Franchini, Lorenza Pieri, Sara Marzullo e Francesca Matteoni (tra le altre).

Le Visionarie potrebbe segnare un punto di riferimento decisivo nell’immaginario del presente, senz’altro lo meriterebbe. Considerati i punti messi a segno in tempi recenti (anche attraverso il medium televisivo) da una Naomi Alderman e dalla di lei mentore Margaret Atwood, è forse il caso di iniziare a unirli.

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