Non chiamatele cover

Che Fabio Cinti adorasse Franco Battiato era cosa nota. Segni del Franco nazionale sono ben presenti nella sua calligrafia, come dimostra il peraltro composito Forze Elastiche, tra i dischi italiani più belli usciti negli ultimi anni.

Oggi però il cantautore ciociaro ha deciso di ufficializzare la sua devozione architettando un “omaggio gentile” a La voce del padrone, l’album che – tra il 1981, anno in cui uscì, e il 1982 – decretò il clamoroso successo commerciale di Battiato, nonché il suo definitivo ingresso nell’immaginario collettivo (a seguire i già notevoli risultati ottenuti dopo la svolta “radiofonica” di L’era del cinghiale bianco e Patriots).

L’omaggio di Cinti è assieme accorto e intenso. Le canzoni di La voce del padrone vengono riproposte in versione cameristica (piano e archi), riproponendo in modalità più raccolta anche la presenza di un coro (quel coro che provocò all’epoca un cortocircuito effervescente fra pop e musica colta, un’invasione di campo che si nutriva di una strana, impertinente reciprocità).

Ancora oggi canzoni come Segnali di vita, Gli uccelli, Summer on a solitary beach e Bandiera bianca mi incantano per la loro intatta efficacia. Ma, proprio per questo, di fronte alle versioni di Cinti penso che sarebbe bello riuscire a dimenticarle, per ascoltarle di nuovo, nuove. Ma provare a cancellare l’impronta di quelle centinaia di ascolti che segnarono la primavera e l’estate del 1982, le stagioni che videro letteralmente decollare la fama del disco, il quale – primo tra gli album italiani di ogni tempo – riuscì a superare il milione di copie vendute, è impossibile. Cancellare quell’impronta, non si può.

Avevo, mio dio, dodici anni. Quelle canzoni pop non erano solo canzoni (vale per tutte le canzoni, ma per quelle in quel momento particolare vale ancora di più): erano brecce, spiragli, aperture, rampe di decollo. Un piede nella vita reale – tra le inesauribili partite di calcio in strada, le fissazioni ipnotiche dell’adolescenza e i primi travolgenti languori sentimentali – e l’altro pronto a varcare la soglia, mi apprestavo a saggiare la possibilità sterminata di contesti diversi, misteriosi, moderni e post-moderni, meta e patafisici, in imprevedibile, equivoca e meravigliosa espansione.

Oggi, trentasei anni dopo, Fabio Cinti spoglia quelle sette canzoni, le riveste, ricompone il cadavere vivo del ricordo, gioca a sottrarre la componente pop accidentale – gli “abiti” elettrici e sintetici, comunque ancora oggi gradevoli, persino geniali – e le consegna a una classicità accorta, quasi scontata eppure proprio per questo autorevole. Una sorta di forma finale, depurata, ridotta alla sostanza definitiva. Le spinge sull’orlo della neutralità – gli arrangiamenti si adagiano su di esse calligrafici, come tiepidi atti dovuti – per evidenziarne la forza evocativa intatta, il solco scavato nell’immaginario collettivo e individuale. Cinti non se ne impadronisce, non realizza delle “cover”, ma le restituisce alla loro voce essenziale e profonda, alla insostenibile leggerezza del pop.

Nella versione di Cinti, le canzoni de La voce del padrone sono un mistero accogliente che si è insediato molti, troppi anni fa, diventando anello di una catena imponderabile di pensieri, emozioni, sensazioni. La distanza tra queste canzoni e quelle originali*, è la stessa che passa tra il noi che siamo (che crediamo di essere) e il noi che crediamo di essere stati.

La voce del padrone – Un adattamento gentile esce il 27 aprile. Cercatelo. Ascoltatelo.

 

* esistono le versioni originali? O sono solo una forma accidentale, transitoria?

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