Marginale – Unplugged in NY dei Nirvana

“Dietro la rilassatezza della posa, in Cobain sembra agitarsi il fantasma di se stesso: un cardigan grigio topo, il pallore mortale e uno sguardo che sembra già misurare distanze incolmabili è l’immagine che decide di lasciarci. Soprattutto, ci lascia con la sensazione – quella che pervaderà la sua lettera di addio – che nel rock alberghi ormai una malattia incurabile, il cui decorso lo renderà marginale, inessenziale rispetto alle nostre vite. Dopo i Nirvana, dopo il grunge, il rock continuerà a esistere e a trasformarsi. Ne sono usciti di grandi dischi da allora, certo, il punto però non è questo. Il punto è che il presente non sente più il bisogno di venire raccontato dal rock, e infatti viene raccontato da qualcos’altro. Il punto è che chi si ostina ad essere ancora oggi appassionato di musica rock, sa di vivere una passione marginale rispetto allo spirito del tempo. Così anche l’ascolto del rock, persino di un grandissimo disco rock, non significa più quello che significava prima.

Unplugged in New York dei Nirvana ci racconta questa implosione del rock attraverso il racconto dell’implosione di una rockstar.”

In questo articolo/recensione su Sentireascoltare parlo del disco che più di ogni altro mi ha fatto capire con cosa avevo realmente a che fare quando ascoltavo la musica e la voce di Kurt Cobain.

11 commenti

  1. Mi fermo a riflettere sul fatto che, come dici tu, negli ultimi 15 anni sono usciti dischi davvero belli, così fenomenali che ti domandi “ma perché questo disco non conquista le moltitudini”? Come è possibile che un album così perfetto non diventi Grande ma resti così, solo un piede dentro una scarpa ben calzata, un vagone meraviglioso con un passeggero solo, un cielo con una piccola nuvola che nessuno considera né minacciosa né poetica. E’ grande quel disco ma non è Grande, proprio come tu hai scritto… il motivo è che il mondo di adesso non ha bisogno di raccontarsi con un disco rock. E lo sai cosa ti dico che pochissimi dischi mi raccontano. Per questo sento di avere almeno altre 50 canzoni in canna, pronto a sputarle alla prossima occasione. Grazie per il tuo profondo articolo.

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  2. mah… ti dirò, il ragionamento che lega presente, bisogno, rock e marginale mi pare un po’ forzato. magari la mia storia personale fa eccezione, ma il rock che “mi vive” è sempre stato marginale… dunque non colgo mostruose differenze tra ciò che mi significa oggi Passion Pusher e ciò che mi significarono all’epoca i Suicide. il discorso è complesso e forse dovremmo evitare di fare di tutta l’erba un “rock” (ragionamento un po’ “fascio” che vuol dire tutto e niente… magari non serve neanche aggrapparsi a distinguo binari del tipo rock “mainstream” e rock “underground”, ma nel caso ci convincessimo che tali definizioni abbiano un senso, i Nirvana potrebbero incarnare egregiamente il punto di flesso tra l’una e l’altra categoria mentale-musicale). il punto è che il presente spesso e volentieri è un’entità astratta che non esiste se non nell’attimo e allora la musica può solo scegliere tra tre opzioni diverse, eventualemente miscelate: raccontare il passato, raccontare il futuro o non raccontare niente. il punto è che da amante della musica ho sempre vissuto una passione marginale rispetto al mercato (il fatto di dimostrare che il mercato sia “lo spirito del tempo” lo lascio ai posteri come ardua sentenza).
    : )
    in ogni caso, fortissimamente dissento quando scrivi che “l’ascolto del rock, persino di un grandissimo disco rock, non significa più quello che significava prima”. semplicemente per me non è così (prova provata). sarò un’eccezione più unica che rara? boh.
    e parimenti dissento quando scrivi che dopo “non avrebbe registrato niente”: un cervello non finisce mai i neuroni.
    per il resto a Kurt ho sempre voluto un bene dell’anima, come se ne vuole a un fratello troppo fragile per sopravvivere a se stesso. per tutto il resto, caro Stefano, per quanto possa apparire marginale, ti voglio bene.
    : )

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