Una vena nel buio

maisie-maledette

Lì nella falda detritica prodotta da decenni di rock a scorrimento ruvido, accomodante e vischioso, i Maisie hanno raccolto il materiale (l’immaginario) per un doppio album che si muove con turgore e benedetta mancanza di riguardo, sorretto dalla genialità naif di cui li sapevamo capaci, una genialità a cui gli anni di incubazione hanno fatto un gran bene.

In Maledette Rockstar i Maisie riarticolano forme ed espedienti come se fosse la cosa seria più divertente del mondo, confezionando canzoni in bilico tra la parodia e il détournement, sempre comunque rigorose (e generose) nel loro essere canzoni. Alle quali applicano testi ad altezza rotocalco scandalistico (o talk show pomeridiano), spremendo linguaggio da codici espressivi popolari che si portano dentro tutte le patologie (culturali) del caso, ma anche – anche – una vibrazione sincera, profonda, persino – perché no? – baldanzosa.

La scaletta sembra quasi tessere un peana della classe dominata, che però appunto resta – in filigrana e in evidenza – dominata. Una roba pasoliniana che funziona benissimo, soprattutto oggi che muraglie, confini e staccionate tra rock alto e basso, commerciale e sperimentale, alternativo e mainstream sono andate a farsi benedire assieme alle magnifiche sorti e progressive del rock stesso.

In questo scenario post-tutto, la sbrigliatezza zappiana si salda con ampia disinvoltura alla mancanza di riguardo hardcore-punk, zompando garrula e insidiosa nel teatrino di una rock-opera sfrontata e sfaccettata. Il risultato ha l’aspetto di una caciara, di uno sfondarsi di fantasie angolose e sfrigolanti, ma in tutto ciò avverti comunque un battito, flebile e saldo come una vena nel buio, come la linea bluastra sotto la pelle stanca di una mano che ti sorprende stringendoti forte, e che ogni tanto punta ancora il dito, ostinata, in direzione bellezza.

12 commenti

  1. lo sapevo. lo vedi che avevo ragione, che nonostante i Tears For Fears o King Krule siamo proprio prorio fratelli?
    : ))
    monumentale, coraggioso, scorretto, urticante… “Maledette Rockstar” potrebbe essere addirittura l’album dell’anno. “Vincenzina”, “Certe Notti”, “Sono Sempre I Migliori”, “Ozzy”… davvero non si contano i brani memorabili nell’interminabile scaletta piena di intuizioni beffardamente geniali (vedasi alla voce “Dottor Marchionne”) o anche solo obliquamente genuine (“Il ragazzo della via Adriano”), come pure pippofrancamente significanti (“Che fico!”).
    chettidico, sarà una questione di affinità elettive (“l’eroinomane” si sentirebbe a casa nello scantinato di questo doppio album dove c’è tanto spazio), ma l’amara nuda ironia dei Maisie, capace di dire e di pensare anche solo per allusione “mi abbraccia, mi accarezza la mano e a volte me la stringe fortissimo come se fossi folgorato da lampi di paura”.
    pensavo (e ripensavo) più in generale, qualche giorno fa, mentre dalle casse usciva e riusciva a loop l’agognato (una decina d’anni, a occhio) ideale proseguo di “Balera Metropolitana”, a quanto sia centrale la voce nel comunicare l’essenza della musica: la voce umana come strumento cardine attorno a cui ruota tutto il resto (e più è passionale e diretta e più tutto suona dannatamente “rock”)
    .

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  2. Vero. La voce, importantissimo il tono, non a caso il volume del cantato è alto. E l’inventiva, il senso di libertà sbrigliata. Mentre ascoltavo e riascoltavo, mi capitava spesso di provare quel tipico stupore da “sul serio hanno fatto questo?”, e poi “e adesso cosa succede?”. Così come di provare sensazioni conflittuali, rabbia e ilarità intrecciate, la malinconia suprema ma asciutta de Il ragazzo della via Adriano, la sacrosanta mancanza di correttezza di Barbarella. E via discorrendo. Cose che non è più tanto frequente – ovvero è rarissimo – provare ascoltando un disco pop-rock.

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