Non insistere, non pensare

Due anni fa.

Lo seppi il giorno dopo, come tutti. Fu una mattina strana. Facevo ancora i turni, allora. Così mi svegliai, preparai le colazioni, accompagnai mia figlia a scuola, mio figlio allo scuolabus. E lì lo seppi: alla fermata, controllando la timeline di Facebook. Continuai a sorridere a mio figlio, con dentro un imbuto che mi risucchiava. Ma continuai a sorridergli: ne sono quasi sicuro.

Ricordo quella mattina, l’ho già detto, come molto strana.  Più strana che dolorosa.

Soltanto due giorni prima passeggiavo per le strade vuote e mollicce di una cittadina di provincia, non lontano da Firenze. Aspettavo che terminassero le prove per uno spettacolo di danza di mia figlia (ispirato ai Beatles, per la cronaca) e intanto passeggiavo. Fuori, c’era un sabato pomeriggio grigio e pigro, c’erano caseggiati bassi, villette a due piani, giardini curati quanto bastava perché non scivolassero nello squallore. In cuffia avevo il nuovo album di David Bowie. Lo ascoltai una volta, poi una seconda, interrompendomi solo pochi minuti per un caffé – non fu semplice trovare un bar in quel quartiere dimenticato – e una telefonata. Ero spiazzato da quello che sentivo. Non mi aspettavo un’idea di suono così particolare, una specie di rock scomposto e ricomposto con tessere jazz (dalle attitudini impro), talora colto da tachicardia drum and bass. Mi sfuggiva la prospettiva di Bowie, l’esigenza di uscirsene con un disco così, a sessantanove anni (compiuti proprio il giorno prima, coincidente con l’uscita di Blackstar). Con un disco che gettava uno sguardo ampio e profondo sulla linea di confine tra ciò che è stato e quello che sarà, con o senza di noi. Sull’assenza di noi nel grande e caotico progetto della realtà.

Alle sette e trenta di lunedì 11 gennaio, la notizia si diffuse. Rapida. Virale. Rimandate le piccol eincombenze, mi sigillai in salotto, dove – con televisione e notebook spianati – cercavo di saperne il più possibile. Di verificare. Per confutare l’eventualutà o accettare l’impossibile. Impossibile non perché non potesse l’uomo David Robert Jones morire, come ogni essere umano. No: era, sembrava impossibile per quello che lasciava presupporre: il compiersi di un disegno, di un’opera lunga un’intera carriera. Con un tempismo vertiginoso, rabbrividente. In una notte di luna nuova, nera come la stella che gli si era allargata dentro, ingoiandolo.

Non ho ancora sbrigliato la matassa di pensieri che si aggrovigliarono in quelle ore, in quei giorni. C’è stato un momento in cui ho preferito fermarmi, non insistere, non pensare quello che non ero in grado di accettare. In quello stesso momento ho deciso di accettare tutto il resto, l’eredità di un percorso espressivo straordinario, che non ha ancora finito di dire ciò che ha da dire. L’ho accettato, sì. Come un altro regalo.

I will sit right down, 

Waiting for the gift of sound and vision

And I will sing, waiting for the gift of sound and vision

Drifting into my solitude,

over my head

 

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Un pensiero riguardo “Non insistere, non pensare”

  1. Ascoltare il Conte Bianco, ha significato una cosa per me… Non permettere mai a nessuno di spegnere la luce che brilla in me, anche se la vita in questa tera mi bastona” Black Star per come l’ho vissuto io, ha un messaggio ben preciso. Nel momento in cui una Stella muore nell’universo musicale… prima che noi ce ne accorgiamo davvero, saran passati decenni, e decenni. , centinaia di decenni. Muore un corpo, è vero, ma non la luce che ancora oggi brilla lontana di quel corpo. Ci vuole del tempo affinché la luce possa coprire la distanza che separa lui dai nostri occhi, dalla nostra memoria assimilata , E’ evidente che se davvero vogliamo, noi vedremo sempre le cose non come sono attualmente, ma come erano in passato.Lui vive, in ognuno di noi. Si è fermato è vero, ma l’eredità che ci lascia durerà finché noi lo osserveremo sempre.Ci ha dato tanto, e continuerà a dare. in modo diverso, in forma diversa, Nessuno muore veramente se la nostra mente non lo vuole.L’eredità bisogna farla fruttare. Negli ultimi anni sono convinta che abbia cercato di darci questo messaggio Ora Stefano, prendimi per folle se vuoi ma la diversità i pensiero che appare illogico, la mancanza di resa, la stravaganza, l’originalità, sono gli abiti di quella follia che non pensa mai che sia finita. 🙂 Non vado molto lontano, tu ricordi “Labyrinth – Dove tutto è possibile”? Quel Bowie ci ha insegnato parecchio…
    Sarei stata scontata se avessi detto, “L’uomo che cadde sulla terra” in questo discorso mio di stelle e universo… Nulla muore di ciò che è etereo, di ciò che è musica, ma tutto si rinnova, si migliora…tutto è possibile…
    ciao!

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